L’Unione Europea ammette la resa?
L’UE presenta la sua legge per il clima, ma per Greta e gli ambientalisti “serve di più”
Bruxelles, 06.03.2020 ohga - La comunità europea si fissa come obiettivo quello di raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050. Greta Thunberg, che è intervenuta mercoledì scorso a Bruxelles di fronte alla Commissione Ambiente del Parlamento Europeo, va ancora all’attacco dell’inazione della classe politica: “Con questa legge l’Unione Europea ammette la resa”. L'aveva promesso la Presidente della Commissione Europea Europea Ursula von der Leyen: il Green comincia a prendere forma. Non poteva arrivare in un momento peggiore, visto che da una parte siamo in piena emergenza coronavirus e dall'altra ci sono centinaia di migliaia di profughi siriani che premono alle frontiere della Grecia; ma la nuova legge sul clima è il primo pilastro di una struttura che, nelle intenzioni dei suoi promotori, dovrebbe rendere l'Unione Europea una realtà all'avanguardia nella lotta contro il cambiamento climatico. Già, perché nonostante le critiche degli ambientalisti e nonostante diversi punti oscuri (ne parleremo più avanti), va detto che l'Unione Europea quanto meno si sta sforzando di intraprendere la strada verso la decarbonizzazione. Alcuni paesi membri stanno già facendo bene, altri sono un po' più indietro. Basta poi fare un confronto con altre grandi nazioni industrializzate. Il presidente Donald Trump ha spinto fuori gli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi del 2015, Russia e Australia sono ancora legati a doppio filo ai combustibili fossili, il Canada di Justin Trudeau si mostra attento alle questioni ambientali ma poi autorizza la costruzione di nuovi oleodotti per trasportare il petrolio delle sabbie bituminose dell'Alberta. E questi sono soltanto alcuni esempi. Ma vediamo più nel dettaglio in che cosa consiste questa nuova legge europea sul clima (la "European Climate Law").
Che cosa prevede la proposta di legge: Il principale obiettivo, giuridicamente vincolante, è il raggiungimento entro il 2050 della neutralità climatica, ovvero zero emissioni nette di gas a effetto serra. I 27 Stati membri sono tenuti ad adottare le misure necessarie per raggiungere l’obiettivo collettivamente.
La legge sul clima comprende anche provvedimenti per tenere traccia dei progressi e adeguare le azioni di conseguenza, attraverso strumenti già esistenti come i piani nazionali per l'energia e il clima degli Stati membri (Pniec). Viene inoltre tracciato il percorso che dovrebbe portare al raggiungimento dell'obiettivo della climate neutrality a metà secolo. Per completare la legge, la Commissione europea sta aspettando i risultati dell’analisi di impatto; sulla base di questi, formulerà entro giugno 2021 un nuovo obiettivo per quanto riguarda la riduzione di emissioni di gas serra per il 2030 e proporrà nel caso nuove modifiche alle direttive e ai regolamenti europei sul clima, dal mercato Ets (Emissions Trading system) all'efficienza energetica, dalle rinnovabili alle emissioni nel settore agricolo e in quello dei trasporti. Entro settembre 2023, e in seguito ogni cinque anni, la Commissione valuterà la coerenza delle misure nazionali e dell'Unione Europea nel suo complesso. All'esecutivo europeo sarà conferito il potere di formulare raccomandazioni agli Stati membri le cui azioni non sono coerenti con l'obiettivo di neutralità climatica per il 2050. La Commissione potrà inoltre riesaminare l'adeguatezza delle misure a livello comunitario. Gli Stati membri dovranno infine sviluppare e attuare strategie di adattamento per rafforzare la resilienza e ridurre la vulnerabilità agli effetti dei cambiamenti climatici. Non è finita qui. Per coinvolgere i cittadini, la Commissione ha anche avviato una consultazione pubblica, aperta per 12 settimane, per un "patto sul clima", in cui ognuno potrà avanzare delle proposte e suggerire delle iniziative.

I dubbi: La legge sul clima dovrà ora essere esaminata dal Consiglio e dall'Europarlamento prima di diventare giuridicamente vincolante. Ma, come abbiamo detto poco fa, entro giugno bisognerà ridefinire gli obiettivi al 2030. A tal proposito, i ministri dell'Ambiente di 12 paesi (Francia, Spagna, Austria, Danimarca, Finlandia, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Slovenia, Svezia) hanno chiesto, inviando una lettera rivolta al Vicepresidente, Frans Timmersans, di accelerare sui tempi sull'aumento del taglio delle emissioni inquinanti, portandolo ad almeno il 50% e puntando al 55% rispetto ai livelli del 1990. L'attuale traguardo fissato al 2030 è fermo invece al 40%. Questo intervento si rende necessario, sottolineano i 12 Ministri nella lettera, per far sì che l'Unione Europea arrivi preparata all'appuntamento cruciale della Cop26 di Glasgow, che si terrà il prossimo novembre, e possa fare da apripista a livello internazionale.
Il Presidente della Commissione Ambiente del Parlamento Europeo, Pascal Canfin, ha inoltre fatto sapere che si batterà per ottenere vincoli nazionali. E qua veniamo al principale limite della nuova Legge sul Clima. L'obiettivo delle Zero Emissioni nette per il 2050 è stato infatti fissato a livello comunitario, e non Stato per Stato. Questo vuol dire che, per esempio, alcuni paesi dell'Est Europa ancora dipendenti dai combustibili fossili, come la Polonia (che si è rifiutata sottoscrivere il Green New Deal dell'Ue), potranno sforare questo limite se altri paesi più virtuosi (come Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia, che dovrebbero raggiungere l'obiettivo prima del 2050) provvederanno a compensare. Come puoi notare, insomma, il sistema ha non poche crepe. L'abbandono da parte dell'Europa dei combustibili fossili non sembra così immediato. Uno stato come la Germania ha programmato l'abbandonato totale del carbone per il 2038. Secondo molti esperti, si tratta di un termine posto fin troppo avanti nel futuro. Per non parlare del raddoppio del gasdotto North Stream che, attraverso il mar Baltico, porterà nell'Europa centrale 55 miliardi di metri cubi all’anno di gas proveniente dalla Russia. A dimostrazione che del gas russo, ora come ora, proprio non riusciamo a farne a meno. In Italia poi abbiamo il caso del gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline), che farà arrivare dallo stato caucasico dell'Azerbaijan il gas naturale. Se dunque da una parte l'Europa prova a schiacciare l'acceleratore sulla transizione verde, dall'altra tiene alzato il freno a mano intrattenendo fitte relazioni con l'industria dei combustibili fossili.
Le parole di von der Leyen e di Timmermans: "La legge sul clima è la trasposizione legale del nostro impegno politico e ci pone in maniera irreversibile sulla strada di un futuro più sostenibile. Offre prevedibilità e trasparenza per l'industria e gli investitori europei, orienta la nostra strategia di crescita verde e garantisce che la transizione sarà graduale ed equa", ha dichiarato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen.
A farle eco il Vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans: "La Legge Europea sul Clima è un messaggio ai nostri partner internazionali, questo è l'anno per alzare l'asticella dei nostri sforzi, nel perseguimento degli obiettivi stabiliti dall'Accordo di Parigi".
Le parole di Greta Thunberg a Bruxelles: Chi non ha mancato di sferzare ancora una volta l'Unione Europea sul tema della crisi climatica è Greta Thunberg. Mercoledì scorso l'attivista svedese era a Bruxelles e in un intervento di 8 minuti davanti alla commissione Ambiente del Parlamento Europeo ha duramente criticato l’ipocrisia dell'Ue. "Per più di un anno e mezzo abbiamo sacrificato il nostro diritto all'istruzione per protestare contro la vostra inazione", ha detto Greta.

"A settembre, 7 milioni e mezzo di persone sono scese in strada per chiedervi di unirvi di fronte ai dati scientifici per offrirci un futuro sicuro; poi, lo scorso novembre il Parlamento Europeo ha dichiarato l'Emergenza Climatica e Ambientale. Avete detto che l'Ue sarebbe stata capofila per quanto riguarda le sfide climatiche, ed era una bellissima notizia. Quando i vostri figli hanno fatto scattare l'allarme anti-incendio, voi siete usciti, avete annusato l'aria e vi siete resi conto che era tutto vero: la casa stava bruciando, non era un falso allarme. Poi però siete rientrati, avete finito la vostra cena e siete andati a dormire senza neanche chiamare i vigili del fuoco".
Per la diciassettenne la Proposta di Legge così com'è significherebbe Ammettere la Resa nella Lotta Contro il Cambiamento Climatico. Una rinuncia agli obiettivi dell'Accordo di Parigi, alle promesse e agli impegni per garantire un futuro migliore alle giovani generazioni. Se si vogliono mantenere gli impegni sottoscritti nell'accordo di Parigi, le nostre emissioni di carbonio devono finire e non ridursi, e la scienza (in primis i report dell'Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) ci dice che il processo deve iniziare oggi. "Quello che manca sono la consapevolezza, la leadership e soprattutto il tempo", ha concluso Greta Thunberg. Posizioni ribadite in una lettera aperta indirizzata ai leader dell'Unione Europea, firmata dalla stessa Greta e da altri 33 attivisti del movimento Fridays for Future. La reazione delle associazioni ambientaliste: Le Ong e le associazioni ambientaliste hanno accolto favorevolmente la nuova legge europea sul clima, ma non hanno risparmiato osservazioni e critiche a riguardo. Il punto è sempre lo stesso: occorre essere più ambiziosi.
La posizione più rigida è sicuramente quella assunta da Sebastian Mang, policy advisor di Greenpeace per la politica climatica europea: "Senza piani per un obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030 basato sulla scienza, né misure per porre fine ai sussidi ai combustibili fossili, ci stiamo preparando al fallimento. Decenni di esitazioni e mezze misure ci hanno portato a un punto in cui la stessa sopravvivenza della vita sulla Terra è a rischio a causa dell'emergenza climatica. Il momento di agire è adesso, non tra 10 anni".
Anche il Wwf esprime alcune perplessità sulla nuova legge europea. L'auspicio è quello che garantisca una rapida riduzione delle emissioni e una transizione socialmente giusta, facendo in modo che le politiche di tutti i settori siano compatibili con gli obiettivi climatici dell'Unione Europea.
"Agire oggi è essenziale per darci la possibilità di limitare il pericolo rappresentato dal riscaldamento globale", afferma Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed energia del Wwf Italia. "La legge deve porre fine alle dannose contraddizioni della politica dell'Ue, dove gli obiettivi di emissione si affiancano a miliardi spesi in gasdotti e alla continua espansione degli allevamenti animali, per fare due esempi. Questa legge rappresenta l’opportunità che l'Europa ha per dimostrate di essere davvero ambiziosa e all'altezza della sfida di una trasformazione essenziale anche dal punto di vista economico".
In particolare il Wwf propone:
· il raggiungimento dell'obiettivo della carbon neutrality entro il 2040 (cioè dieci anni prima da quanto previsto dalla nuova proposta di legge);
· la riduzione delle emissioni di gas serra almeno del 65% entro il 2030, in linea con quanto indicato dalla scienza, attivando un meccanismo di revisione quinquennale degli obiettivi a partire dal 2021 (e non dal 2030, come pare intenzionata a stabilire la Commissione Europea);
· il divieto di tutti i sussidi, le agevolazioni fiscali e gli altri benefici per i combustibili fossili;
· l'istituzione di un organismo scientifico indipendente che esamini i piani dell'Unione Europea per affrontare l'emergenza climatica e si assicuri che i conti delle emissioni tornino.
Per Legambiente la proposta di legge sul clima avanzata dalla Commissione rappresenta un importante passo in avanti per garantire una governance unitaria e coerente della politica climatica europea. Ma ritiene l’aumento dell’attuale obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra per il 2030 al 50-55% rispetto ai livelli del 1990 un'iniziativa poco ambiziosa e non in linea con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1,5 gradi centigradi. Per fronteggiare l’emergenza climatica l'Europa può e deve portare il target della riduzione delle emissioni ad almeno il 65% entro il 2030, in coerenza con le indicazioni dell’Emissions Gap Report realizzato dall'Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente.
"I prossimi mesi saranno cruciali, l’emergenza climatica non consente ulteriori rinvii", sostiene Stefano Ciafani, presidente di Legambiente. "L’Italia deve sostenere con forza la necessità di avviare da subito il processo di revisione degli attuali impegni di riduzione al 2030".
Ripartenza e il Papa, obbligo comune e non egoismi

Il Papa: dopo la pandemia ripartire con responsabilità e senza egoismi
Città del Vaticano, 20.08.2021 vaticannews - In un messaggio a firma del segretario di Stato Pietro Parolin, Francesco benedice i partecipanti al Meeting di Rimini al via questa mattina in presenza: "Necessario reperire risorse e mezzi per rimettere in moto la società, ma c’è bisogno innanzitutto di chi abbia il coraggio di dire 'io' comunicando con la vita che si può cominciare la giornata con speranza". “Ripartenza”, con una responsabilità collettiva e non con egoismo. Questa la parola d’ordine che Papa Francesco indica ai partecipanti alla 42.ma edizione del Meeting per l’Amicizia dei popoli - al via domani, 20 agosto, a Rimini - in questo tempo drammatico della pandemia che ha fatto, sì, emergere egoismi e idolatrie del potere e del denaro, ma al contempo la solidarietà tra gli esseri umani. In un messaggio indirizzato a monsignor Francesco Lambiasi, vescovo della città romagnola che dal 1980 ospita l’evento, a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, si rilancia l’invito alla fraternità e all’amicizia sociale per superare il guado della crisi provocata dal Covid. Si citano quindi Kierkegaard, san Tommaso, don Giussani e anche Manzoni, e si richiamano le parole di Papa Benedetto XVI, quando affermava che “la libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene”. Proprio il concetto di libertà, si legge nel messaggio, è strettamente connesso al tema scelto per l’edizione 2021 del Meeting che torna a svolgersi in presenza fino al 25 agosto: “Il coraggio di dire io”, tratto dal Diario del filosofo Søren Kierkegaard.

Un titolo, osserva Papa Francesco, “quanto mai significativo nel momento in cui si tratta di ripartire con il piede giusto, per non sprecare l’occasione data dalla crisi della pandemia”. “Ripartenza” che non si realizza automaticamente perché “in ogni iniziativa umana è implicata la libertà”. “La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo sia un nuovo inizio”, affermava Benedetto XVI, “la libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene. In questo senso, il coraggio di rischiare è innanzitutto un atto della libertà”.

Nel messaggio si ricordano le parole pronunciate da Papa Francesco durante il primo lockdown del marzo-aprile 2020, il monito poi ripetuto e declinato in molte forme: “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. “Mentre ha imposto il distanziamento fisico, la pandemia ha rimesso al centro la persona, l’io di ciascuno, provocando in molti casi un risveglio delle domande fondamentali sul significato dell’esistenza e sull’utilità del vivere che da troppo tempo erano sopite o peggio censurate. E ha suscitato anche il senso di una responsabilità personale”.
“Tanti lo hanno testimoniato in diverse situazioni. Davanti alla malattia e al dolore, di fronte all’emergere di un bisogno, molte persone non si sono tirate indietro e hanno detto: ‘Eccomi’”, si legge ancora nel testo a firma di Parolin. “La società ha necessità vitale di persone che siano presenze responsabili. Senza persona non c’è società, ma aggregazione casuale di esseri che non sanno perché sono insieme. Come unico collante rimarrebbe solo l’egoismo del calcolo e dell’interesse particolare che rende indifferenti a tutto e a tutti”

Del resto, “le idolatrie del potere e del denaro preferiscono avere a che fare con individui piuttosto che con persone, cioè con un ‘io’ concentrato sui propri bisogni e i propri diritti soggettivi piuttosto che un ‘io’ aperto agli altri, proteso a formare il ‘noi’ della fraternità e dell’amicizia sociale”. Il Papa non si stanca, dunque, di “mettere in guardia coloro che hanno responsabilità pubbliche dalla tentazione di usare la persona e di scartarla quando non serve più, invece di servirla”. “Dopo quello che abbiamo vissuto in questo tempo, forse è più evidente a tutti che proprio la persona è il punto da cui tutto può ripartire”. Certamente c’è la necessità di “reperire risorse e mezzi per rimettere in moto la società”, ma “c’è bisogno innanzitutto di qualcuno che abbia il coraggio di dire ‘io’ con responsabilità e non con egoismo, comunicando con la sua stessa vita che si può cominciare la giornata con una speranza affidabile”.
Il coraggio, però, “non è sempre una dote spontanea e nessuno può darselo da sé”, diceva il don Abbondio manzoniano, soprattutto in un tempo come quello odierno dove “la paura – rivelatrice di una profonda insicurezza esistenziale – gioca un ruolo così determinante da bloccare tante energie e slanci verso il futuro, percepito sempre più come incerto soprattutto dai giovani”.

Don Luigi Giussani avvertiva di un duplice pericolo: “Dubbiezza e comodismo”, quali “nemici dell’io”. Da dove può venire, allora, il coraggio di dire io? Avviene grazie a un “fenomeno” che si chiama incontro, grazie al quale “si dà la possibilità all’io di decidere, di rendersi capace di accogliere, di riconoscere e di accogliere. Il coraggio di dire ‘io’ nasce di fronte alla verità, e la verità è una presenza”. “Dal giorno in cui si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, Dio ha dato all’uomo la possibilità di uscire dalla paura e di trovare l’energia del bene seguendo il suo Figlio, morto e risorto”, afferma il messaggio. “Il rapporto filiale con il Padre eterno, che si rende presente in persone raggiunte e cambiate da Cristo, dà consistenza all’io, liberandolo dalla paura e aprendolo al mondo con atteggiamento positivo”.

Dunque “la ragione profonda del coraggio del cristiano è Cristo”. “È il Signore risorto la nostra sicurezza, che ci fa sperimentare una pace profonda anche in mezzo alle tempeste della vita”, si legge nel messaggio. Che si conclude con l’auspicio del Papa che nella settimana del Meeting organizzatori e ospiti diano “testimonianza viva” della “gioia del Vangelo” che “infonde l’audacia di percorrere nuove strade”. “Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne, particolarmente attraenti per gli altri”, si legge nelle ultime righe del testo, citando il documento programmatico del pontificato Evangelii Gaudium. “È il contributo che il Santo Padre si aspetta che il Meeting dia alla ripartenza, nella consapevolezza che la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”. Nessuno escluso, “perché l’orizzonte della fede in Cristo è il mondo intero”.
Il Presidente e il rilancio dell’Italia

Serietà, collaborazione, e anche senso del dovere
Roma, 31.12.2020 ildomaniditalia - Nel difficile mestiere di Presidente della Repubblica il messaggio di fine d’anno occupa un posto tutto suo, all’epicentro di ogni difficoltà. È il sigillo della comunicazione o la forma riassuntiva di uno stile presidenziale. Sono importanti i contenuti, ma nondimeno il tono e il gesto. Se si sbaglia, prevale fatalmente l’innaturalezza. Mattarella non ama la retorica, né predilige l’uso di parole immaginifiche, tanto per fare effetto.

L’uomo risente di quella sicilianità che condensa l’eloquio in un lessico asciutto, non sempre rotondo. Mons. De Luca, chiamato a celebrare gli 80 anni di Luigi Sturzo, fece notare che la scrittura di questo grande siciliano increspava un pensiero ricco e fecondo, ne deviava il corso, come per un torrente impetuoso, dando così una versione scabra e finanche ruvida di questa impetuosità.

Mattarella, anche per tale aspetto, reinterpreta la mistica del concreto che appare dominante nella connessione sturziana tra pensiero e prassi. Al cuore del messaggio di questo finale di 2020 si coglie dunque la concreta esortazione del Presidente, quell’invito cioè a farsi tutti consapevoli della necessità che uno spirito di “serietà, collaborazione, e anche senso del dovere” giunga a sostenere la ripresa della vita sociale e politica dell’Italia.

Ognuno di noi dovrebbe concentrarsi su questa frase tanto semplice, eppure tanto densa di valore. Una frase che antepone all’ornatezza del linguaggio la forza di un precetto, e non di un precetto imposto. Mattarella si accinge a coprire l’ultimo tratto del suo mandato. Lo ha voluto ricordare lui stesso, facendo intendere che da questo momento la sua responsabilità, lungi dall’essere meno nitida, entra in una sfera di ancor maggiore sobrietà, fino a contrarsi con l’ingresso nel “semestre bianco”.

Questo significa che il paracadute del Quirinale, rispetto alle inquietudini della politica, avrà per forza un’incidenza materiale più ridotta. Ma ciò renderà forse più stringente e necessario il compito che traluce dall’essere il Presidente il grande moderatore della dialettica democratica, senza escludere nessuno. Avremo più bisogno di Mattarella.
Bambini a Scuola con Costituzione

Educazione Civica: Stop di buon senso
Brescia, 19.09.19 vocedelpopolo - Buon senso. Merce rara, ma questa volta sembra proprio essersi palesato – inaspettatamente – nel governo delle nostre scuole. Sì, perché la decisione del neo ministro Fioramonti di bloccare l’introduzione nelle classi della tanto decantata Educazione civica fin dall’anno scolastico appena cominciato pare proprio un esercizio di buonsenso. Che segue ad un altro esercizio solitamente poco praticato: l’ascolto dei consigli di chi deve, appunto consigliare, con competenza. In questo caso si tratta del parere del Consiglio superiore della pubblica istruzione, uno di quegli organismi il cui parere è “obbligatorio ma non vincolante” e del quale spesso ci si dimentica addirittura l’esistenza.

Nel caso dell’Educazione civica che – come tutti sanno – è diventata legge il 1° agosto scorso, ma in Gazzetta Ufficiale è stata pubblicata solo il 5 settembre (ad anno scolastico già iniziato), innescando subito il problema della sua attivazione immediata (come avrebbe voluto il governo precedente, che pure ha trovato l’escamotage di un avvio “sperimentale obbligatorio”), proprio il Consiglio superiore della pubblica istruzione si è pronunciato con una bocciatura. Non perché l’Educazione civica non serva nelle scuole, intendiamoci, ma perché – così spiegano i “consultori” – la “sperimentazione obbligatoria” metterebbe in difficoltà le stesse istituzioni scolastiche. Diverse le considerazioni dell’organismo ministeriale, che in sostanza spiega come “questa sperimentazione, sia pure ad adesione volontaria, non è praticabile a questa data in quanto comporta una serie di adempimenti sul piano organizzativo e didattico di difficile attuazione e tale da compromettere la qualità ed il significato della sperimentazione stessa”. Ne risulterebbe tra l’altro “sconvolto il curricolo e il piano di attività, già predisposto per l’a.s. 2019/20”.

Serve invece una “riflessione aggiuntiva” su quanto già esiste (“Cittadinanza e Costituzione”, ancora in vigore) e la strada nuova che si vorrebbe perseguire. Non solo, il Cspi sembra “bacchettare” la strategia seguita, carente – per semplificare – di coinvolgimento dei soggetti interessati e suggerisce di usare l’anno scolastico in corso per “preparare studenti e genitori al significato del nuovo insegnamento”, ma anche “realizzare adeguate iniziative di formazione del personale scolastico” e “studiare modalità di valutazione del nuovo insegnamento anche nelle sue connessioni con gli strumenti attualmente esistenti quali le rubriche di valutazione che chiariscano i diversi livelli di apprendimento corrispondenti ai voti, la certificazione delle competenze e il sistema degli esami”. Insomma, freno tirato. Niente fretta. L’educazione civica a scuola è certamente una buona cosa, ma bisogna procedere con cautela e senza confusioni. Fin qui il Cspi. Il cui parere, tuttavia, non stupisce più di tanto gli addetti ai lavori, tra i quali le perplessità sulle possibili novità da sperimentare a scuola hanno cominciato subito a farsi sentire. Il fatto decisivo sta nella decisione del neoministro Fioramonti di seguire il consiglio ricevuto. E allora diamoci tempo. Che sia davvero il momento di mettere da parte l’ansia delle “riforme” (più o meno impattanti) a tutti i costi per cercare prima di capire cosa serve davvero alla scuola e magari creare le condizioni perché i cambiamenti che sicuramente servono possano davvero funzionare? Bene ministro, buona partenza.
Quando l’innaturale vuole passare per naturale

Utero in affitto, polemica su Manifesti Choc
Roma, 16.10.2018 ilmessaggero - «Inizia con un'immagine choc la campagna nazionale di Pro Vita e Generazione Famiglia (associazioni promotrici del Family Day) 'per il diritto dei bambini a una mamma e un papa».

Nei manifesti, affissi a Roma, Milano e Torino e accompagnati da camion vela, appaiono due giovani ragazzi raffigurati mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato, comprato dalla coppia, individuati come “genitore 1” e “genitore 2”, e a fianco la scritta: 'Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto». Così in una nota delle associazioni Pro Vita e Generazione Famiglia. «La campagna - spiegano - è una risposta decisa a tutti quei giudici e sindaci (in particolare Virginia Raggi a Roma, Chiara Appendino a Torino, Beppe Sala a Milano e Luigi De Magistris a Napoli) che, violando la legge e il supremo interesse del bambino, hanno disposto la trascrizione o l'iscrizione di atti di nascita di bambini come figli di "due madri o di due padri".

A novembre toccherà alla Cassazione pronunciarsi proprio su una trascrizione avvenuta a Trento in favore di una coppia di uomini che aveva fatto ricorso all' utero in affitto in Canada. La nostra iniziativa - dichiara Toni Brandi, presidente di Pro Vita - intende sottolineare ciò che non si dice e non si fa vedere dell' utero in affitto, perchè noi siamo dalla parte dei più deboli, i bambini, ma anche per la salute delle donne, trattate come schiave e ignare dei rischi per la salute a cui si espongono«.

«L'utero in affitto è vietato in Italia e i bambini non si comprano - afferma l'altro promotore del Family Day, Jacopo Coghe di Generazione Famiglia - perchè sono soggetti di diritto e non oggetti. Con l' utero in affitto la dignità delle donne viene calpestata per accontentare l'egoismo dei ricchi committenti. Dall'immagine si vede bene cosa manca a questo bambino: la mamma». «Ricordiamo - conclude la nota - che Generazione Famiglia ha già presentato a giugno scorso esposti alle Procure della Repubblica presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro contro le iscrizioni anagrafiche di bambini come figli di 'due madrì e 'due padrì compiute e politicamente rivendicate dai relativi sindaci». «Raggi disponga rimozione manifesti Pro-vita e prenda distanze da gruppo omofobo. I provocatori e offensivi manifesti dell'associazione Pro-vita violano il codice etico di Roma capitale e lanciano un messaggio chiaramente di stampo omofobo. Ancora una volta a Roma sono stati affissi manifesti che ledono i diritti delle persone e prendono di mira le famiglie arcobaleno. La sindaca Raggi ne disponga la rimozione e prenda le distanze da chi promuove messaggi equivoci e oscurantisti». Così in una nota il capogruppo del Pd capitolino, Anton Giulio Pelonzi.
