Una misura di quale civiltà?

Altro che Civiltà : il Reddito di Cittadinanza è un Danno
Roma, 30.08.2021 ilgiornale - Alla sua prima uscita da leader del Movimento 5 Stelle, l'ex premier Giuseppe Conte ha voluto ribadire che il reddito di cittadinanza sarebbe «una misura di civiltà». Peccato che quella scelta politica stia confermando le perplessità che già sollevò all'approvazione, dato che costa ogni anno ai contribuenti ben 8 miliardi di euro, senza che il numero dei disoccupati cali in modo significativo. Tra coloro che sono sovvenzionati, in effetti, soltanto uno su sette trova un posto di lavoro.

La logica di quella riforma è profondamente irrazionale, oltre che ingiusta. Con la ricchezza prodotta da quanti lavorano si finanziano quanti non lavorano; ne discende che il numero dei lavoratori diminuisce, mentre quello dei disoccupati aumenta. In particolare, per come è stata concepita tale politica, tratta una difficoltà cronica e cioè la disoccupazione di lungo periodo di taluni ambienti sociali e di certe aree come se si trattasse di un problema acuto. Se però un aiuto può aver senso in situazione estreme (come, ad esempio, di fronte a un terremoto), non lo è dinanzi a fragilità che vanno affrontate andando alla radice del problema. Il risultato è che, a dispetto delle intenzioni, la situazione viene aggravata.

Spesso si evidenzia come il reddito di cittadinanza sia particolarmente ingiusto per coloro che lavorano, anche in cambio di salari modesti, e vedono una parte della loro fatica finire a chi, invece, resta a casa tutta la settimana. La ridistribuzione che accompagna questa misura assistenzialistica, però, nel lungo periodo danneggia ancora di più proprio quelli che, in linea teorica, sarebbero i «beneficiari». Come succede quando un padre rovina il figlio continuando ad aiutarlo anche quando ha trent'anni e neppure cerca un lavoro, il prezzo più alto di questa misura è proprio a carico della parte più debole del Paese.

Non è facile dire se questo peggioramento delle famiglie più povere sia cinico e intenzionale (alla maniera peronista, spesso i politici traggono la propria forza elettorale da ampi settori sempre più miseri e bisognosi di sussidi), oppure sia soltanto il risultato di buone intenzioni male orientate. In ogni caso è evidente che il reddito di cittadinanza tanto difeso da Conte eleva il parassitismo a stile di vita, promettendo la possibilità di godere di risorse non prodotte con il proprio impegno. Non è allora una misura di civiltà, ma un ulteriore e deciso passo verso l'imbarbarimento.
A chi : il ruolo di voce forte dell'Ue?

Draghi ottiene il via libera di Biden: il G20 straordinario sull'Afghanistan si farà a settembre
Roma, 24.08.2021 ilgiornale - Per qualche giorno Mario Draghi ha temuto di aver peccato di ottimismo. E ha visto traballare la sua proposta di convocare a settembre una riunione straordinaria del G20, anticipando di fatto quella già in programma a Roma per il 30 e 31 ottobre. Il format che vede seduti allo stesso tavolo le venti potenze economiche mondiali - presieduto quest'anno dall'Italia - è infatti il luogo più adatto dove poter davvero affrontare il delicatissimo dossier dell'Afghanistan, visto che al summit parteciperanno anche Cina e Russia, due interlocutori decisivi essendo ormai gli unici ad avere un filo diretto con i talebani. Un formato, quello a Venti, che comprende anche Turchia, Arabia Saudita e India, anch'esse con un peso importante nell'area.
Dopo giorni di interlocuzioni diplomatiche, però, il premier sembra essere riuscito a centrare l'obiettivo. Con un via libera informale di Joe Biden, consapevole che la questione va ormai trattata con tutti gli interlocutori e - in uno dei momenti più difficili per la credibilità internazionale degli Stati Uniti - fortemente preoccupato dal fatto che la Casa Bianca possa finire per essere considerata l'unica e sola responsabile del disastro in corso in Afghanistan. Nonostante le fortissime resistenze di Boris Johnson, dunque, il G20 straordinario dovrebbe tenersi a settembre. La prima o la terza settimana, per non sbattere con l'Assemblea generale della Nazioni Unite in programma a New York. Se in presenza a Roma o in videoconferenza è ancora oggetto di confronto, come pure l'opportunità di forzare l'agenda e inserire un punto ad hoc sull'Afghanistan invece di trattarlo semplicemente nella riunione dei capi di Stato e di governo.

E il G7 in programma oggi dovrebbe preparare il terreno proprio in vista del G20. Ma non sarà un passaggio scontato. Draghi, infatti, dovrà riuscire a ritagliarsi il ruolo di mediatore, trovando un punto di caduta che sia condivisibile non solo da Europa e Stati Uniti, ma anche da Cina e Russia. Solo un documento che tenga insieme le istanze di tutti - su accoglienza, rischio terrorismo e rapporto con i talebani - può infatti porre le basi di quel G20 straordinario per il quale si sta spendendo da giorni l'ex numero uno della Bce. Poi, certo, oggi pomeriggio si affronterà anche il nodo della deadline del 31 agosto per terminare le operazioni di evacuazione dall'Afghanistan. Una data di fatto fittizia se, fanno notare dalla Farnesina, gli ultimi voli civili da Kabul sono in programma per il 26-27 agosto, visto che la fine del mese è il termine ultimo per chiudere le basi militari e far partire il personale non civile ancora sul campo. Questione ampiamente affrontata ieri nell'incontro a Palazzo Chigi tra Draghi e i ministri di Esteri (Luigi Di Maio) e Difesa (Lorenzo Guerini). Inutile dire, peraltro, che al di là della volontà degli Stati Uniti (presenti oggi al G7) anche il tema della proroga è difficilmente risolvibile senza un via libera di Cina e Russia (che al G7 non ci sono). Non è un caso che oggi pomeriggio Draghi sia intenzionato a insistere sulla necessità di coinvolgere Pechino e Mosca, perché il contesto geopolitico e strategico dentro il quale perseguire la difesa dei diritti fondamentali in Afghanistan è solo quello che «allargato» a tutti i soggetti interessati: non solo Cina e Russia, ma anche Turchia, Arabia Saudita e India. Che sono tutti membri del G20, la sede naturale, dunque, dove affrontare la questione. Sul punto, il premier ha avuto il via libera informale di Biden. Con il quale ha un rapporto duraturo, che risale ai tempi prima di Bill Clinton e poi di Barack Obama. Al presidente americano, l'ex numero uno della Bce ha assicurato il suo sostegno oggi pomeriggio, per cercare di ottenere una posizione comune tra Ue e Usa. In questo momento di difficoltà, un punto decisivo per l'amministrazione americana.

Poi, se tutto andrà come deve, la palla passerà al G20. Con un Draghi che sembra sempre più intenzionato a ritagliarsi il ruolo di voce forte dell'Ue. Merito di un curriculum che in Italia (e forse in tutta Europa) ha pochi competitor, soprattutto dopo gli anni alla Bce e il suo «whatever it takes» del 2012. E merito anche delle congiunture astrali, quelle che vedono Angela Merkel ormai a un mese dalla pensione (in Germania si vota a settembre) ed Emmanuel Macron in calo di consensi e tutto preso dalle presidenziali francesi del prossimo anno. Sarà al G20, probabilmente, che si porrà un altro tema davvero centrale: favorire la presenza di esponenti non talebani nel futuro governo afghano.
BlackRock - Ue Shock

C’è un gigantesco conflitto d’interessi nel cuore della finanza sostenibile dell’UE
Parigi, 23.08.2021 rinnovabili – Pubblicato il rapporto di BlackRock per la Commissione su come potenziare la finanza sostenibile. Come rendere più verde il settore bancario europeo? La Commissione europea l’ha chiesto a BlackRock, la più grande società di investimento del mondo che controlla un portafoglio da 8.000 miliardi di dollari. E le indicazioni del colosso aiuteranno Bruxelles a plasmare la sua idea di finanza sostenibile. Una scelta criticatissima da larga parte della società civile per l’evidente conflitto di interessi dietro a questo rapporto. Secondo BlackRock, le banche europee non stanno facendo abbastanza per integrare i cardini della finanza sostenibile nelle loro policy. Oltre a essere pigre sarebbero anche cieche o quasi.

Sono ben pochi gli istituti che hanno un’idea della loro reale esposizione ai rischi collegati a fattori ambientali, sociali e di governance (ESG). "Nonostante i maggiori sforzi da parte di banche e autorità di vigilanza, questo studio rileva che il ritmo di attuazione per raggiungere un’efficace integrazione ESG all’interno della gestione del rischio, della vigilanza prudenziale, delle strategie aziendali e delle politiche di investimento deve essere accelerato”, si legge nel rapporto. Tra i punti più critici rilevati da BlackRock cioè la mancanza di una definizione comune di rischi ESG. Per questo, il fondo di investimento invita il settore bancario ognuna europea a sviluppare una definizione unica e granulare virgola in grado cioè di adattarsi a un panorama variegato.

Le dimensioni del colosso finanziario sono tali che ogni sua mossa è in grado di influenzare i mercati, le azioni dei concorrenti e le autorità politiche. Al punto che, quando la commissione aveva reso pubblica la scelta di affidarsi a BlackRock, anche il difensore civico europeo Emily O’Reilly aveva censurato Bruxelles per non aver dato abbastanza peso alle conseguenze del conflitto di interessi. Per Kenneth Haar, ricercatore del Corporate Europe Observatory e membro di Change Finance, “quando lasci che una società finanziaria con grandi investimenti in tutto, dal carbone al gas e petrolio, così come nelle banche, proponga misure politiche sul cambiamento climatico e le banche, ti ritroverai con un approccio leggero. Un approccio che molto probabilmente non farà molta differenza e ritarderà qualsiasi azione reale sul cambiamento climatico. Abbiamo visto BlackRock sostenere così tante volte che l’approccio migliore è quello che consente all’industria finanziaria di prendersi il suo tempo e di autoregolarsi, e qui ripetono questa formula”.
L’Italia non prende atto della realtà

Il Presidente di Confindustria, Bonomi: "Andrea Orlando e Alessandra Todde vogliono punire le imprese"
Rimini, 21.08.2021 lastampa - Il presidente degli Industriali non ci va tanto per il sottile e dal Meeting di Rimini attacca Governo e Sindacati: «Il Ministro Orlando e il Sottosegretario Todde pensano di colpire con un DL le imprese sull'onda dell'emotività di due o tre casi che hanno ben altra origine e su cui dobbiamo intervenire». E poi spiega: «Questo Paese non prende mai atto della realtà: cosa ha tenuto insieme il Paese durante la crisi? Le imprese manifatturiere, che hanno retto. Negli altri Paesi tutti avrebbero avuto un occhio di riguardo dicendo “è il mio asset più importante, lo devo proteggere”. Qui no: vediamo che Orlando e Todde pensano di colpire le imprese con un Decreto sull'onda dell'emotività di due o tre casi che hanno ben altra origine». Per Bonomi, insomma, il DL Todde-Orlando anti-delocalizzazione sarebbe «punitivo nei confronti dell'impresa».

«Siamo tutti d'accordo che è brutto licenziare con WhatsApp, non è quello il metodo. È brutto licenziare. Ma nei primi 6 mesi dell'anno, lo ha detto Tridico, abbiamo assunto 400 mila persone in più in Italia, mentre si parlava di 'valanga di licenziamenti' e abbiamo acquisito un 4,8% di crescita del Pil, probabilmente sarà superiore. Stiamo investendo e mi si viene a dire: Faremo questo provvedimento perché non c'è correttezza?

Bene, caro Stato mi devi 58 miliardi, inizia a darmeli. Mi parli di chiusure? Non dovevi chiudere diverse partecipate pubbliche che costano a italiani diversi miliardi l'anno? Perché non lo fai? Perchè sono poltronifici. Stato, correttezza per correttezza inizia a essere tu corretto», incalza Bonomi. Che ne ha anche per i sindacati: «Sono rimasto colpito di fronte alla possibilità di sedersi a un tavolo e dare una via al Paese» e non averlo fatto, alla possibilità di «rispondere alle due grandi incognite: la salute e le riforme. Abbiamo fallito e mi ci metto anche io anche ma i sindacati hanno fatto un grande errore. Potevamo costruire quello che i nostri padri hanno fatto con la polio, non abbiamo tempo da perdere».

L’Italia rilancia Carlo Bonomi «non può permettersi che i distinguo politici e le elezioni amministrative delle prossime settimane facciano deragliare l'azione del governo Draghi». «Sono molto preoccupato - insiste - che in autunno l'attenzione del Governo sulle riforme venga rallentata». «Temo l'azione dell'esecutivo possa venire fermata ma non ce lo possiamo permettere per impegni presi in Europa sul Pnrr e perché è un'occasione storica che non possiamo fallire se vogliamo creare uno Stato moderno, efficiente e inclusivo».
Chi vuole davvero il green 100%?

La green economy tra chi la propone e chi la insegue
New York 01.08.2021 internazionale - il primo passo per la transizione energetica è il cambiamento dei tradizionali paradigmi imprenditoriali e la consapevolezza del potenziale che il settore delle energie rinnovabili può offrire in termini di opportunità e rendimenti.

Un tema che sembra sia stato ben recepito dai grandi imprenditori mondiali che hanno abbracciato la green economy e messo in moto un solido processo di cambiamento del proprio core business. Molti sono coloro che hanno indirizzato le loro strategie sull’investire nella sostenibilità. Ecco alcuni esempi più significativi:

Warren Buffett, l’oracolo di Omaha, uno degli uomini più ricchi al mondo e massimo esperto di finanza, con la sua Berkshire Hathaway Energy ha già investito e sta investendo fortemente sul sostenibile, oggi uno dei maggiori produttori di energia eolica negli Stati Uniti;

da non dimenticare il gigante dell’E-commerce Amazon, Jeff Bezos che ha intrapreso il suo percorso di decarbonizzazione dell’azienda attraverso alcune attività come l’utilizzo del fotovoltaico per l’energia elettrica e lo sviluppo di metodologie legate al trasporto sostenibile come i furgoncini elettrici;

non da ultimo la Dott.ssa Isabella Pulpan che dalla presidenza della camera di commercio internazionale CCIISS è impegnato nella implementazione di un sistema green davvero innovativo per l’avvio di un piano per lo sviluppo economico e generare anche il vero senso di responsabilità con l’obiettivo finale di passare dall’attuale 40% di energia rinnovabile all’80% entro il 2024 fino al 100% previsto entro il 2030 con zero emissioni di CO2.
L’Unione Europea ammette la resa?
L’UE presenta la sua legge per il clima, ma per Greta e gli ambientalisti “serve di più”
Bruxelles, 06.03.2020 ohga - La comunità europea si fissa come obiettivo quello di raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050. Greta Thunberg, che è intervenuta mercoledì scorso a Bruxelles di fronte alla Commissione Ambiente del Parlamento Europeo, va ancora all’attacco dell’inazione della classe politica: “Con questa legge l’Unione Europea ammette la resa”. L'aveva promesso la Presidente della Commissione Europea Europea Ursula von der Leyen: il Green comincia a prendere forma. Non poteva arrivare in un momento peggiore, visto che da una parte siamo in piena emergenza coronavirus e dall'altra ci sono centinaia di migliaia di profughi siriani che premono alle frontiere della Grecia; ma la nuova legge sul clima è il primo pilastro di una struttura che, nelle intenzioni dei suoi promotori, dovrebbe rendere l'Unione Europea una realtà all'avanguardia nella lotta contro il cambiamento climatico. Già, perché nonostante le critiche degli ambientalisti e nonostante diversi punti oscuri (ne parleremo più avanti), va detto che l'Unione Europea quanto meno si sta sforzando di intraprendere la strada verso la decarbonizzazione. Alcuni paesi membri stanno già facendo bene, altri sono un po' più indietro. Basta poi fare un confronto con altre grandi nazioni industrializzate. Il presidente Donald Trump ha spinto fuori gli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi del 2015, Russia e Australia sono ancora legati a doppio filo ai combustibili fossili, il Canada di Justin Trudeau si mostra attento alle questioni ambientali ma poi autorizza la costruzione di nuovi oleodotti per trasportare il petrolio delle sabbie bituminose dell'Alberta. E questi sono soltanto alcuni esempi. Ma vediamo più nel dettaglio in che cosa consiste questa nuova legge europea sul clima (la "European Climate Law").
Che cosa prevede la proposta di legge: Il principale obiettivo, giuridicamente vincolante, è il raggiungimento entro il 2050 della neutralità climatica, ovvero zero emissioni nette di gas a effetto serra. I 27 Stati membri sono tenuti ad adottare le misure necessarie per raggiungere l’obiettivo collettivamente.
La legge sul clima comprende anche provvedimenti per tenere traccia dei progressi e adeguare le azioni di conseguenza, attraverso strumenti già esistenti come i piani nazionali per l'energia e il clima degli Stati membri (Pniec). Viene inoltre tracciato il percorso che dovrebbe portare al raggiungimento dell'obiettivo della climate neutrality a metà secolo. Per completare la legge, la Commissione europea sta aspettando i risultati dell’analisi di impatto; sulla base di questi, formulerà entro giugno 2021 un nuovo obiettivo per quanto riguarda la riduzione di emissioni di gas serra per il 2030 e proporrà nel caso nuove modifiche alle direttive e ai regolamenti europei sul clima, dal mercato Ets (Emissions Trading system) all'efficienza energetica, dalle rinnovabili alle emissioni nel settore agricolo e in quello dei trasporti. Entro settembre 2023, e in seguito ogni cinque anni, la Commissione valuterà la coerenza delle misure nazionali e dell'Unione Europea nel suo complesso. All'esecutivo europeo sarà conferito il potere di formulare raccomandazioni agli Stati membri le cui azioni non sono coerenti con l'obiettivo di neutralità climatica per il 2050. La Commissione potrà inoltre riesaminare l'adeguatezza delle misure a livello comunitario. Gli Stati membri dovranno infine sviluppare e attuare strategie di adattamento per rafforzare la resilienza e ridurre la vulnerabilità agli effetti dei cambiamenti climatici. Non è finita qui. Per coinvolgere i cittadini, la Commissione ha anche avviato una consultazione pubblica, aperta per 12 settimane, per un "patto sul clima", in cui ognuno potrà avanzare delle proposte e suggerire delle iniziative.

I dubbi: La legge sul clima dovrà ora essere esaminata dal Consiglio e dall'Europarlamento prima di diventare giuridicamente vincolante. Ma, come abbiamo detto poco fa, entro giugno bisognerà ridefinire gli obiettivi al 2030. A tal proposito, i ministri dell'Ambiente di 12 paesi (Francia, Spagna, Austria, Danimarca, Finlandia, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Slovenia, Svezia) hanno chiesto, inviando una lettera rivolta al Vicepresidente, Frans Timmersans, di accelerare sui tempi sull'aumento del taglio delle emissioni inquinanti, portandolo ad almeno il 50% e puntando al 55% rispetto ai livelli del 1990. L'attuale traguardo fissato al 2030 è fermo invece al 40%. Questo intervento si rende necessario, sottolineano i 12 Ministri nella lettera, per far sì che l'Unione Europea arrivi preparata all'appuntamento cruciale della Cop26 di Glasgow, che si terrà il prossimo novembre, e possa fare da apripista a livello internazionale.
Il Presidente della Commissione Ambiente del Parlamento Europeo, Pascal Canfin, ha inoltre fatto sapere che si batterà per ottenere vincoli nazionali. E qua veniamo al principale limite della nuova Legge sul Clima. L'obiettivo delle Zero Emissioni nette per il 2050 è stato infatti fissato a livello comunitario, e non Stato per Stato. Questo vuol dire che, per esempio, alcuni paesi dell'Est Europa ancora dipendenti dai combustibili fossili, come la Polonia (che si è rifiutata sottoscrivere il Green New Deal dell'Ue), potranno sforare questo limite se altri paesi più virtuosi (come Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia, che dovrebbero raggiungere l'obiettivo prima del 2050) provvederanno a compensare. Come puoi notare, insomma, il sistema ha non poche crepe. L'abbandono da parte dell'Europa dei combustibili fossili non sembra così immediato. Uno stato come la Germania ha programmato l'abbandonato totale del carbone per il 2038. Secondo molti esperti, si tratta di un termine posto fin troppo avanti nel futuro. Per non parlare del raddoppio del gasdotto North Stream che, attraverso il mar Baltico, porterà nell'Europa centrale 55 miliardi di metri cubi all’anno di gas proveniente dalla Russia. A dimostrazione che del gas russo, ora come ora, proprio non riusciamo a farne a meno. In Italia poi abbiamo il caso del gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline), che farà arrivare dallo stato caucasico dell'Azerbaijan il gas naturale. Se dunque da una parte l'Europa prova a schiacciare l'acceleratore sulla transizione verde, dall'altra tiene alzato il freno a mano intrattenendo fitte relazioni con l'industria dei combustibili fossili.
Le parole di von der Leyen e di Timmermans: "La legge sul clima è la trasposizione legale del nostro impegno politico e ci pone in maniera irreversibile sulla strada di un futuro più sostenibile. Offre prevedibilità e trasparenza per l'industria e gli investitori europei, orienta la nostra strategia di crescita verde e garantisce che la transizione sarà graduale ed equa", ha dichiarato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen.
A farle eco il Vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans: "La Legge Europea sul Clima è un messaggio ai nostri partner internazionali, questo è l'anno per alzare l'asticella dei nostri sforzi, nel perseguimento degli obiettivi stabiliti dall'Accordo di Parigi".
Le parole di Greta Thunberg a Bruxelles: Chi non ha mancato di sferzare ancora una volta l'Unione Europea sul tema della crisi climatica è Greta Thunberg. Mercoledì scorso l'attivista svedese era a Bruxelles e in un intervento di 8 minuti davanti alla commissione Ambiente del Parlamento Europeo ha duramente criticato l’ipocrisia dell'Ue. "Per più di un anno e mezzo abbiamo sacrificato il nostro diritto all'istruzione per protestare contro la vostra inazione", ha detto Greta.

"A settembre, 7 milioni e mezzo di persone sono scese in strada per chiedervi di unirvi di fronte ai dati scientifici per offrirci un futuro sicuro; poi, lo scorso novembre il Parlamento Europeo ha dichiarato l'Emergenza Climatica e Ambientale. Avete detto che l'Ue sarebbe stata capofila per quanto riguarda le sfide climatiche, ed era una bellissima notizia. Quando i vostri figli hanno fatto scattare l'allarme anti-incendio, voi siete usciti, avete annusato l'aria e vi siete resi conto che era tutto vero: la casa stava bruciando, non era un falso allarme. Poi però siete rientrati, avete finito la vostra cena e siete andati a dormire senza neanche chiamare i vigili del fuoco".
Per la diciassettenne la Proposta di Legge così com'è significherebbe Ammettere la Resa nella Lotta Contro il Cambiamento Climatico. Una rinuncia agli obiettivi dell'Accordo di Parigi, alle promesse e agli impegni per garantire un futuro migliore alle giovani generazioni. Se si vogliono mantenere gli impegni sottoscritti nell'accordo di Parigi, le nostre emissioni di carbonio devono finire e non ridursi, e la scienza (in primis i report dell'Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) ci dice che il processo deve iniziare oggi. "Quello che manca sono la consapevolezza, la leadership e soprattutto il tempo", ha concluso Greta Thunberg. Posizioni ribadite in una lettera aperta indirizzata ai leader dell'Unione Europea, firmata dalla stessa Greta e da altri 33 attivisti del movimento Fridays for Future. La reazione delle associazioni ambientaliste: Le Ong e le associazioni ambientaliste hanno accolto favorevolmente la nuova legge europea sul clima, ma non hanno risparmiato osservazioni e critiche a riguardo. Il punto è sempre lo stesso: occorre essere più ambiziosi.
La posizione più rigida è sicuramente quella assunta da Sebastian Mang, policy advisor di Greenpeace per la politica climatica europea: "Senza piani per un obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030 basato sulla scienza, né misure per porre fine ai sussidi ai combustibili fossili, ci stiamo preparando al fallimento. Decenni di esitazioni e mezze misure ci hanno portato a un punto in cui la stessa sopravvivenza della vita sulla Terra è a rischio a causa dell'emergenza climatica. Il momento di agire è adesso, non tra 10 anni".
Anche il Wwf esprime alcune perplessità sulla nuova legge europea. L'auspicio è quello che garantisca una rapida riduzione delle emissioni e una transizione socialmente giusta, facendo in modo che le politiche di tutti i settori siano compatibili con gli obiettivi climatici dell'Unione Europea.
"Agire oggi è essenziale per darci la possibilità di limitare il pericolo rappresentato dal riscaldamento globale", afferma Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed energia del Wwf Italia. "La legge deve porre fine alle dannose contraddizioni della politica dell'Ue, dove gli obiettivi di emissione si affiancano a miliardi spesi in gasdotti e alla continua espansione degli allevamenti animali, per fare due esempi. Questa legge rappresenta l’opportunità che l'Europa ha per dimostrate di essere davvero ambiziosa e all'altezza della sfida di una trasformazione essenziale anche dal punto di vista economico".
In particolare il Wwf propone:
· il raggiungimento dell'obiettivo della carbon neutrality entro il 2040 (cioè dieci anni prima da quanto previsto dalla nuova proposta di legge);
· la riduzione delle emissioni di gas serra almeno del 65% entro il 2030, in linea con quanto indicato dalla scienza, attivando un meccanismo di revisione quinquennale degli obiettivi a partire dal 2021 (e non dal 2030, come pare intenzionata a stabilire la Commissione Europea);
· il divieto di tutti i sussidi, le agevolazioni fiscali e gli altri benefici per i combustibili fossili;
· l'istituzione di un organismo scientifico indipendente che esamini i piani dell'Unione Europea per affrontare l'emergenza climatica e si assicuri che i conti delle emissioni tornino.
Per Legambiente la proposta di legge sul clima avanzata dalla Commissione rappresenta un importante passo in avanti per garantire una governance unitaria e coerente della politica climatica europea. Ma ritiene l’aumento dell’attuale obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra per il 2030 al 50-55% rispetto ai livelli del 1990 un'iniziativa poco ambiziosa e non in linea con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1,5 gradi centigradi. Per fronteggiare l’emergenza climatica l'Europa può e deve portare il target della riduzione delle emissioni ad almeno il 65% entro il 2030, in coerenza con le indicazioni dell’Emissions Gap Report realizzato dall'Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente.
"I prossimi mesi saranno cruciali, l’emergenza climatica non consente ulteriori rinvii", sostiene Stefano Ciafani, presidente di Legambiente. "L’Italia deve sostenere con forza la necessità di avviare da subito il processo di revisione degli attuali impegni di riduzione al 2030".