La nuova destra oltre gli ideologismi

Così Giorgia Meloni ha allontanato per sempre la Destra dal Fascismo

Roma, 08.10.2021 ilgiornale - Se c'è un politico che ha contribuito ad allontanare la destra italiana in modo definitivo da ogni estremismo, nostalgismi fascisti compresi, quello è Giorgia Meloni. Chiunque abbia avuto a che fare con la destra giovanile dall'insediamento della Meloni alla presidenza di Azione Giovani (il movimento giovanile di An) in poi, lo sa. Fiuggi c'era già stata, ma la gestione della "ragazza della Garbatella" ha contribuito, più di tanti altri passaggi, allo sradicamento di velleità estremistiche e di rimasugli vari. Negli anni Novanta, essere di destra, in Italia, inizia ad essere giustificato ma non è comunque semplice. Una giovanissima Giorgia Meloni costruisce così una realtà post-ideologica, proprio Ag, che diviene maggioritaria nelle scuole, pure in termini elettorali, grazie alla passione per la libertà e allo stile post-ideologico delle battaglie. È così che tanti giovani hanno la possibilità di definirsi di destra senza essere etichettati come fascisti dalla sinistra. Un fatto noto pure all'intellighenzia a cui tuttavia non conviene ricordarlo. Forse certa sinistra preferisce l'andazzo di prima. Fratelli d'Italia nasce sulla scia di quella esperienza, che è appunto condita da un percorso complesso. Facciamo di nuovo un passo indietro. Siamo sempre negli anni 90'. La Meloni appartiene ad una comunità politico-umana, interna ad An, ma denominata dall'ambiente "i gabbiani", che sono conosciuti per non avere la suggestione del fascismo. Altre correnti pensano che la comunità della Meloni, con tutto quell'aperturismo, stia rinunciando all'identità sociale, in funzione di un dialogo non giustificato con le forze centriste e liberali. La storia, come si sa, darà ragione ai "gabbiani" e torto ad altri. E in termini di condanne del fascismo è già stato scritto tutto in questo articolo. Nelle loro sezioni, i gabbiani leggono Pier Paolo Pasolini, che nei limitrofi considerano un avversario. Per non parlare delle canzoni di Francesco Guccini che quei ragazzi, cresciuti tra Colle Oppio e Garbatella, conoscono a memoria. Arriva il 1996: Giorgia Meloni fonda un coordinamento studentesco denominato "Gli Antenati". Lo scopo è quello di contrastare la riforma della scuola voluta dall'allora ministro Rosa Russo Iervolino. Al comitato non aderiscono soltanto i giovani di destra, ma la "maggioranza silenziosa" che la Meloni proverà a rappresentare dapprima con Ag e poi con Fdi. Sono gli albori di una parabola in corso. "Tutti gli uomini di valore sono fratelli" è il titolo di un manifesto affisso alla Sapienza dai "gabbiani" in quel periodo. La raffigurazione presenta Ezra Pound, ma pure Che Guevara, Anna Magnami ed Aldo Fabrizi, ma pure Antonio Gramsci. Se quest'ultimo odia gli indifferenti, la giovane Meloni "detesta la gente che non sogna". Per l'ambiente di An è un mezzo scandalo, perché quell'immagine affissa è una cesura definitiva con le divisioni del passato. Persino Gianfranco Fini, che in materia di sdoganamenti non ha mai fatto mancare il suo apporto, non vede certe istanze di buon occhio. La Meloni ed i gabbiani si dicono contrari alla pena di morte, a differenza dei colonnelli del partito, e procedono con battaglie ambientaliste ante-literram, tipo quella contro il nucleare, che Fini invece vorrebbe. "Fare Verde", l'associazione ambientalista animata dal compianto Paolo Colli, è un fenomeno che An fatica a comprendere. Ma Fabio Rampelli, Marco Scurria, Marco Marsilio, Francesco Lollobrigida, Nicola Procaccini e tanti altri hanno la loro impostazione e tirano dritto. Negli anni Novanta si usa fare quello che viene chiamato "presente". È una cerimonia commemorativa che riguarda ogni singolo ragazzo di destra caduto tra gli anni sessanta e l'inizio degli anni ottanta per via degli Anni di Piombo. Le comunità si alternano dinanzi ai luoghi della memoria. Alcune realtà fanno il "saluto romano". La Meloni ed i suoi no: commemorano, ma cancellano il saluto fascista dalla prassi. Azione Giovani tutta si adegua. Sta nascendo una destra che oltrepassa gli ideologismi. L'ha costruita la Meloni, la stessa cui oggi cercano in tutti i modi di appiccicare un'etichetta quando non sanno che altro dire.

Fuori l’ideologia dalle istituzioni

La Boldrini emette già sentenze: “Via Salvini e Meloni”

Roma, 08.10.2021 ilgiornale - Continua l'eco prodotto dall'inchiesta "Lobby nera", sulla quale anche l'ex presidente della Camera Laura Boldrini, com'era ovvio attendersi, ha voluto dire la sua: cogliendo al volo l'occasione propizia, l'ex presidente della Camera dei deputati ha attaccato sia il leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni che il segretario del Carroccio Matteo Salvini.

Pur essendo ancora in corso l'inchiesta di Fanpage sul caso Fidanza, la rappresentante dem ha preferito non attendere oltre per affondare il colpo e chiedere esplicitamente le dimissioni dei suoi acerrimi rivali politici. Come le è capitato in altre circostanze, la Boldrini ha scelto i social network per sputare veleno: "In un Paese normale, dopo l’inchiesta di Fanpage, ci sarebbe stato un terremoto politico", ha esordito l'ex Leu su Twitter. "Salvini e Meloni si sarebbero fatti da parte. Invece no, stanno ancora lì.

Ma noi continuiamo a dire: fuori l’ideologia fascista dalle istituzioni repubblicane", ha concluso.

Insomma, nessun bisogno di attendere oltre, senza considerare le responsabilità reali ed i risvolti della vicenda, la Boldrini ha già emesso la propria sentenza di condanna.

Solo una sentenza ha fatto gridare allo scandalo il deputato dem, quella formulata contro l'ex sindaco di Riace Domenico Lucano: da brava paladina delle Ong che caricano clandestini nelle acque del Mediterraneo, l'ex presidente della Camera non poteva restare insensibile, fino a commuoversi profondamente per la "sentenza abnorme".

Dopotutto, cosa saranno mai i reati contestati all'ex cittadino di Riace? Si parla "solo" di favoreggiamento di immigrazione clandestina, truffa e abuso di ufficio, per ben 13 anni e 2 mesi di reclusione.

Con l'opportunità perfetta per rifarsi sui suoi avversari politici, anche per la frustrazione dovuta alla condanna dell'adorato Lucano, l'esponente dem non ha esitato ad attaccare a testa bassa.

A nulla sono valse le parole della leader di FdI Giorgia Meloni, che ha attaccato duramente Carlo Fidanza, parlando addirittura di espulsione dal partito in caso di avvicinamento ad ambienti razzisti e filofascisti. La stessa Meloni è lontana da simili deprecabili ideali.

Per Laura Boldrini la colpa è assoluta, e tutti devono subire le conseguenze. Si tratta di un'occasione troppo ghiotta per potersi vendicare dei "nemici" del centrodestra.

Lucarelli contro Boldrini

“Altro che rispetto, ecco le denunce delle donne che hanno lavorato con Lei”

Roma, 23.03.2021 secoloditalia - Laura Boldrini, la paladina delle donne, sempre in prima linea per difendere i diritti, stavolta deve difendersi dall’accusa di aver “maltrattato” le sue collaboratrici.

Lo si legge in un articolo del Fatto Quotidiano, a firma di Selvaggia Lucarelli. Dalle testimonianze riportate emerge un’immagine diversa dell’ex presidente della Camera ed ed esponente del Pd.

Laura Boldrini, il racconto della collaboratrice domestica

Si parte con Lilia, collaboratrice domestica moldava che si è dovuta rivolgere a un patronato della Capitale. La sua datrice di lavoro per otto anni, a dieci mesi dalla chiusura del contratto, non le avrebbe pagato la liquidazione.

Il Fatto riporta il suo racconto. «Io non voglio pubblicità, ma confermo che a maggio dello scorso anno ho dovuto dare le dimissioni perché la signora, dopo tanti anni in cui avevo lavorato dal lunedì al venerdì, mi chiedeva di lavorare meno ore, ma anche il sabato. E io ho famiglia, dovevo partire da Nettuno e andare a casa sua a Roma, per tre ore di lavoro. Siamo rimaste che faceva i calcoli e mi pagava quello che mi doveva, non l’ho più sentita. Io sono andata al patronato, ho fatto fare da loro i calcoli. La sua commercialista mi ha detto che mi contattava e invece è sparita. Alla fine, tramite l’avvocato messo a disposizione dal patronato, ora siamo in contatto, mi faranno sapere. Io comunque la signora non l’ho mai più sentita, non la volevo disturbare. Mi dispiace perché non sono tanti soldi, circa 3.000 euro, forse è rimasta male che non abbia accettato di andare il sabato. Io ero dispiaciuta».

La storia di Roberta, ex collaboratrice parlamentare

Nell’articolo si racconta anche la storia di Roberta, ex collaboratrice parlamentare che da Lodi andava a lavorare a Roma. «Guadagnavo 1.200/1.300 euro al mese, da questo stipendio dovevo togliere costi di alloggio e dei treni da Lodi», dice. E aggiunge: «Ero assunta come collaboratrice parlamentare e pagata quindi dalla politica per agevolare il lavoro di un parlamentare, ma il mio ruolo era anche pagare gli stipendi alla colf, andarle a ritirare le giacche dal sarto, prenotare il parrucchiere. Praticamente facevo anche il suo assistente personale, che è un altro lavoro e non dovuto. Dovevo comprarle trucchi o pantaloni. Lei ha una casa a Roma, quando rimaneva sfitta io portavo pure gente a vedere l’appartamento o chiamavo le agenzie immobiliari. Per questi problemi con la colf bisognava ricostruire tutti i suoi pagamenti, un’ansia pazzesca».

Roberta spiega al Fatto che «a maggio finito il lockdown, ho chiesto di rimanere in smart working… Lei mi ha risposto che durante il lockdown con lo smart working avevo risparmiato.

A un certo punto parte del suo staff aveva pensato di fare una colletta per pagarmi i treni. Ho dato le dimissioni sfinita».

“Capricci assurdi”

Anche un’altra persona che collaborava con Laura Boldrini conferma al Fatto: «Tutti i giorni scrive post sui bonus baby-sitter o sui migranti in mare, poi però c’erano situazioni non belle in ufficio. O capricci assurdi. Se l’hotel che le veniva prenotato da noi era che so, rumoroso, in piena notte magari chiamava urlando. Poi magari non ti parlava per due giorni. Io credo che ritenga un privilegio lavorare con lei, questo è il problema.

Chiarisco però che alcuni dipendenti li tratta bene, specie chi la adula o chi si occupa della comunicazione, perché quello è il ramo che le interessa di più».

Primi guai per Giuseppe Conte

Giuseppe Conte è presidente M5S illegittimo

Lorenzo Borrè : Elezioni del Movimento 5 Stelle da ripetere

Roma, 06.09.2021 ilsussidiario – Giuseppe Conte presidente M5S illegittimo: questa la dura accusa di alcuni attivisti, che saranno difesi da Borrè, l’avvocato che ha vinto tutto contro il Movimento centrale. È passato appena un mese dalla sua elezione a presidente del Movimento 5 Stelle e arrivano i primi guai per Giuseppe Conte. L’ex premier, che dopo aver lasciato l’incarico a Mario Draghi ha deciso di avvicinarsi sempre più al Movimento, è infatti finito al centro di una disputa legale che verrà aperta da chi sostiene che la sua carica da presidente sia illegittima. A difendere il ricorso è l’avvocato Lorenzo Borrè, che fino a oggi ha vinto tutte le cause più importanti nei ricorsi dei grillini contro il M5S centrale: “Sul sito dedicato alle iscrizioni risulta che a tutt’oggi le nuove iscrizioni sono sospese e non ci risulta che Conte si sia iscritto ai tempi della piattaforma Rousseau“. “Non si tratta di risolvere problemi giuridici, ma di rispettare le indicazioni date dagli Stati generali, che certo non andavano nella direzione di una nomina del nuovo capo con una votazione a numero chiuso o, peggio, con candidato unico” ha spiegato Borrè a La Stampa. L’avvocato ha poi aggiunto: “Se il Tribunale accoglierà l’istanza di sospensione cautelare si dovranno ripetere le votazioni. Conte? Non ci ha contattati, quando viene meno la possibilità di un reale confronto politico, l’opzione giudiziaria diventa obbligata e in quel campo il confronto è tra gli avvocati delle parti“.

Giuseppe Conte presidente M5S illegittimo, non è iscritto - Primi guai per Giuseppe Conte alla guida del Movimento 5 Stelle, come li affronterà? Arrivato a Napoli per presentare i candidati alle prossime elezioni comunali, l’ex premier è stato accolto con una brutta notizia. Una notifica di ricorso giudiziario per l’annullamento del nuovo statuto redatto da Conte è in arrivo e un gruppo di attivisti, sentiti da Adnkronos, hanno annunciato: “Sono sette gli articolati motivi di illegittimità, non solo procedurali, che verranno illustrati nei prossimi giorni in conferenza stampa“.

L’iniziativa, che ha portato con sé anche l’apertura di una raccolta fondi su una famosa piattaforma per avere avere uno “Scudo della rete” com previsto da Rousseau, nasce “a seguito della deriva verticistica che ha portato ad accantonare le regole e i principi fondanti del M5S, con conseguente sospensione della democrazia interna“. Diversi i punti che hanno portato i ricorrenti ad impugnare l’elezione dell’avvocato di Voltura Appula, tra cui la mancata iscrizione di Conte al Movimento: “Il 17 luglio 2021 reggente grillino Vito Crimi avrebbe chiesto all’Associazione Rousseau di effettuare l’iscrizione di Giuseppe Conte al Movimento 5 Stelle, adempimento non ottemperato da detta Associazione“.

Giuseppe Conte presidente M5S illegittimo: i motivi del ricorso - Secondo quanto riferito ad Adnkronos da parte dei ricorrenti, la carica di Giuseppe Conte come presidente del Movimento 5 Stelle sarebbe illegittima. Il ricorso sarà presentato a Napoli, ma vede come promotori sia alcuni attivisti storici che si sono rivolti all’avvocato Lorenzo Borrè, ma anche militanti provenienti da diverse parti d’Italia. Tra i punti contestati c’è “il mancato raggiungimento del quorum della ‘metà degli iscritti’ per l’approvazione del nuovo statuto – avendo Crimi ritenuto bastevole la partecipazione alla votazione della metà degli aventi diritto al voto“. Ma gli attivisti contestano anche altro: “La nullità della clausola statutaria che prevedeva l’eleggibilità del solo Conte, l’esclusione dal diritto di voto degli iscritti da meno di sei mesi, la pubblicazione della convocazione su una piattaforma ignota alla maggioranza degli iscritti“. Da parte degli attivisti è infatti arrivata l’accusa: “Dai piani alti del partito fu chiesto all’Associazione Rousseau di pubblicare sulla propria piattaforma un avviso di trasloco del sito all’indirizzo .eu“.

Kissinger: si poteva ridimensionare

Washington, 27.08.2021 kmetro – Occorre “un’attenta riflessione per capire come mai l’America si sia ritrovata a dare l’ordine del ritiro, con una decisione presa senza preavviso né accordo preliminare con gli alleati e con le persone coinvolte in questi vent’anni di sacrifici. E come mai la principale questione in Afghanistan sia stata concepita e presentata al pubblico come la scelta tra il pieno controllo dell’Afghanistan o il ritiro totale”. Lo ha scritto Henry Kissinger in un intervento sull’Economist pubblicato oggi dal Corriere della Sera dopo “la riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani”.

“Ci siamo persuasi – secondo Kissinger, ex consigliere per la sicurezza nazionale ed ex segretario di Stato degli Stati Uniti – che l’unico modo per impedire il ritorno delle basi terroristiche nel Paese era quello di trasformare l’Afghanistan in uno Stato moderno, dotato di istituzioni democratiche e di un governo insediato su base costituzionale”, ma “una tale impresa non poteva prevedere un calendario certo, conciliabile con i processi politici americani”.

Per Kissinger, “la lotta ai ribelli poteva essere ridimensionata a contenimento, anziché annientamento, dei talebani” ed “il percorso politico-diplomatico avrebbe potuto esplorare uno degli aspetti particolari della realtà afghana: che i Paesi confinanti, anche se in aperta ostilità tra di loro e non di rado con l’America, potessero sentirsi profondamente minacciati dal potenziale terroristico dell’Afghanistan”. “Una diplomazia creativa avrebbe potuto distillare misure condivise per debellare il terrorismo in Afghanistan. Questa alternativa non è mai stata esplorata”, conclude, convinto che l’America non possa “sottrarsi al suo ruolo di attore chiave nell’ordinamento internazionale”.

La guerra dei Presidenti americani

Trump torna all’attacco dopo l’attentato a Kabul: “ora Biden deve dimettersi”

New York 26.08.2021 fanpage - Donald Trump contro Joe Biden, ancora. In un confronto elettorale che sembra non essere mai terminato, l'ex presidente degli Stati Uniti non perde l'occasione per attaccare a viso aperto il suo successore, che in questi giorni sta gestendo il fallimentare ritiro dall'Afghanistan. Dopo l'attentato di Kabul, con decine di morti e centinaia di feriti, il Tycoon è tornato a puntare il dito contro il presidente: "Joe Biden dovrebbe dimettersi, il che non dovrebbe essere un grosso problema dal momento che non è stato eletto legittimamente dal principio", ha detto ai suoi elettori commentando i fatti di Kabul e tornando a insinuare il falso, cioè che Biden abbia truccato le presidenziali e non sia stato eletto democraticamente.

Trump è già in corsa per le elezioni del 2024 e guarda a quelle più vicine, di midterm nel 2022, con grande interesse. Nei giorni scorsi è stato lanciato un video per la sua campagna presidenziale in cui attacca Biden: "Ha mentito all’America e al mondo quando ci disse che l'America era tornata – dice la voce narrante – Invece, si è arreso ai talebani e ha lasciato gli americani morire in Afghanistan". Questo "passerà alla storia come uno dei più grandi fallimenti militari". E ancora: "Sono i talebani a essere tornati, non l’America".

Ad attaccare il presidente Biden, che in queste ore ha gli occhi del mondo puntati su di lui, è stato anche il generale H. R. McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale Usa sotto Trump fra il 2017 e il 2018. Quanto accaduto a Kabul "è solo l'inizio", quello che sta succedendo è la conseguenza di "quando ti arrendi a un'organizzazione terroristica". Il generale, però, non ha risparmiato critiche anche al Tycoon, per essersi piegato all'accordo con i talebani. Secondo McMaster "stiamo assistendo alla creazione di uno Stato terrorista e jihadista in Afghanistan e vi sarà per tutti noi un rischio molto maggiore da affrontare come conseguenza".