Il mondo dovrà essere multilaterale

Merkel - Putin, un mondo arrivato a fine corsa
Berlino, 21.08.2021 formiche - Il direttore della NATO Defense College Foundation: “Putin ha inviato un messaggio preciso quando ha detto che noi russi conosciamo bene l’Afghanistan e sappiamo come funziona. La mossa più importante fatta da russi e cinesi già prima dell’avanzata talebana è stata la Sco, la Shanghai Cooperation Organization, diventata nel tempo una grossa piattaforma politico-diplomatica”.

Il vertice Merkel-Putin? Un mondo arrivato a fine corsa. Lo dice a Formiche.net Alessandro Politi, Direttore della NATO Defense College Foundation, che scompone l’incontro di ieri tra i leader tedesco e russo per immaginare il nuovo scenario che tocca anche il dossier centro-asiatico, alla luce dell’emergenza afghana e del ruolo propositivo di Mario Draghi, fautore del G20 straordinario. La Germania rimane uno dei principali partner della Russia in Europa e nel mondo, ha detto Putin dopo il vertice con Merkel. Che messaggio hanno dato i due leaders? È stato un vertice particolare, a cui entrambi i leaders sono giunti visibilmente affaticati e con un aspetto che dice molto più di dichiarazioni diplomatiche. Le bandiere erano distanti, mentre in altre conferenze stampa erano più vicine. Ho notato un Putin molto asciutto: negli organismi bilaterali creati tra i due Paesi le attività proseguono a ritmo intenso. È straordinario come due Paesi che certamente hanno dei problemi sulla risoluzione di questioni gravi, poi riescano a mantenere una buona relazione fra enti. Certo, non sappiamo cosa accadrà dopo le imminenti elezioni tedesche, ma esiste una base di rapporti russo-tedeschi molto forte. Interessante è stata anche l’espressione del ministro degli esteri russo. Ovvero? Sergej Lavrov è apparso a tratti completamente esausto, mentre Putin è ormai logoro da decenni di potere che influiscono sull’aspetto: rughe, occhi infossati, capelli diradati. Non è il leader di cinque anni fa. Pensiamo a Obama, che curava non poco la forma fisica: dopo due mandati anche lui ha avvertito fisicamente la fatica, come dimostrano i capelli bianchi. Per cui penso che sia stata una conferenza stampa estenuata, che va molto oltre il rapporto russo-tedesco. È un mondo che sta arrivando a fine corsa.

Afghanistan: Putin ha detto che il Paese non deve sgretolarsi completamente. Cina e Turchia reciteranno un ruolo, con Mosca un passo indietro? Sul tema, Putin è stato spietato: va impedito il decadimento dello stato afghano, ha detto, alludendo ad una possibile guerra civile da evitare. Ha definito malfunzionante l’idea dell’esportazione democratica in aree che non la vogliono, aggiugendo: “Noi russi conosciamo bene l’Afghanistan e sappiamo come funziona”. Un monito rivolto a chi? Intanto sulla Sna, l’agenzia di stampa di Sputnik, la conferenza stampa è stata pubblicata in tempi rapidissimi. Il crollo dell’Afghanistan si somma alle parole che ha dedicato alla soluzione del caso bielorusso che deve avvenire, ha precisato Putin, nell’ambito dei meccanismi istituzionali e senza ingerenze esterne, come accaduto in Ucraina. Come sua abitudine il presidente russo ha inviato messaggi secchi e pratici, con un modo alquanto rilassato. È come se avesse fatto un bilancio, nel modo più chiaro possibile per dire a tutti che il mondo deve essere multilaterale, perché non vale più il modello Washington. Questa volta la Russia si irriterà con i due alleati ultra invasivi? Putin non ha detto nulla sul ruolo turco e cinese, ma ho l’impressione che la Turchia ha un certo influsso nel quadro regionale immediato, dove esiste la capacità di sfruttare l’eredità delle popolazioni turcofone in Asia centrale. Un decennio fa non funzionò, però, come non riuscì nemmeno all’Iran, zavorrato dall’handicap dello sciismo. I turchi quindi faranno il loro gioco in Afghanistan, contando sulla possibile ricostruzione ma realizzata all’interno di un quadro politico stabile, in mancanza del quale ci sarà un altro ciclo di guerra civile. Non ne vedo adesso in superficie le condizioni, ma non dimentichiamo che la coalizione talebana non è proprio una forza monolitica. La mossa più importante fatta da russi e cinesi già prima dell’avanzata talebana è stata la Sco, la Shanghai Cooperation Organization, diventata nel tempo un’importante piattaforma politico-diplomatica. Non credo verrà messa a rischio semplicemente per accaparrarsi pezzi di Afghanistan, ma si arriverà ad un accordo pragmatico. La Bri è già in movimento e ci sarebbe troppo da perdere. Osservo inoltre che l’Afghanistan è sì un transito utile, ma non indispensabile dal punto di vista delle linee di comunicazione.

G20 straordinario sull’Afghanistan, Mario Draghi si muove sempre più da leader europeo: ma cosa potrà ottenere? Draghi è un premier di calibro europeo, perché in Europa ci sa stare senza complessi portandosi dietro la sua esperienza di banchiere centrale che è diversa da quella politica. Ora sta provando a cercare un foro multilaterale dove il dossier afghano non sia soltanto una questione europea. Positivo il fatto che il G20 includa l’Arabia Saudita, uno dei maggiori finanziatori dei talebani e del Pakistan. E il fatto che lo abbia convocato in tandem con Macron è un modo per dire a tutti che ci si muove comunque, a prescindere dalle elezioni tedesche. Un passaggio che trovo estremamente sano visto che in passato la politica italiana è stata perennemente attendista. Nord Stream 2: dopo le minacce Usa, l’accordo tra Berlino e Mosca è comunque arrivato e i lavori sono ultimati. Dunque non cambia nulla? No. Su questo versante è importante vedere in prospettiva le cose. È la terza volta che gli europei fanno dei gasdotti con sovietici o russi, con un’iniziale opposizione statunitense poi ricomposta. Prima sotto le amministrazioni Carter e Reagan, che scelsero di concentrarsi sugli euromissili; poi con il Nord Stream 1 dove alla fine Bush capì che c’erano altre priorità; e con il Nord Stream 2 dove la contrapposizione è stata ancora più vigorosa, perché ormai i paesi dell’est erano dentro Visegrad ed avevano voce in capitolo. Posso capire che geopoliticamente si sentissero fragili, ma per la Polonia sarebbe utile evitare situazioni dove rischi ancora una volta di essere il vaso di coccio in attesa di alleati troppo distanti e disinteressati.
Biden abbandona l’Afghanistan

Gli afghani si devono unire e difendere il loro paese
L' America non è più il guardiano del mondo" dice il presidente Usa
Biden abbandona l’Afghanistan e le sue donne alla vendetta spietata dei talebani
Washington, 12.08.2021 lavocedinewyork - In Afghanistan si combatte, ma c’è chi non si arrende e continua ad insegnare alle bambine. “Un bambino un insegnante una penna e un libro possono cambiare il mondo” aveva detto Malala Yousafzai, la giovane pachistana ferita al volto dai talebani perché voleva andare a scuola.
Ce ne siamo andati dall’Afghanistan seguendo la scelta degli Stati Uniti, ma non possiamo permettere che queste nuove generazioni siano abbandonate agli integralisti. Ogni giorno arrivano notizie sulle nuove conquiste dei talebani che puntano su Kabul, la capitale. Un’ascesa rapidissima in diretta tv e social media che lascia senza fiato dopo 20 anni di presenza militare delle truppe straniere e progetti umanitari delle Nazioni Unite.
Che cosa abbiamo fatto andandocene così, senza un accordo vero tra talebani e governo afghano? Biden ha affermato che la sua decisione è irreversibile. “Gli afghani si devono unire e difendere il loro paese. L’ America non è più il guardiano del mondo”. Non fa una piega e gli americani non vogliono più mandare i loro figli a morire lontano da casa per difendere governi che non sono strategici per il loro paese.

I problemi oggi sono altri, ci pensino le nazioni asiatiche, dicono, la Cina per esempio, mentre l’Europa che teme una nuova ondata di profughi afghani in fuga dalla guerra, simile a quella siriana. Non migranti economici, attenzione, ma profughi in cerca di asilo. Sono migliaia le famiglie in fuga dai combattimenti. Stanno andando nella blindatissima Kabul, che potrebbe capitolare nel giro di 90 giorni dice l’intelligenza americana. In tanti stanno attraversando il confine con l’Iran e con il Pakistan. I figli più forti si metteranno in cammino per l’Europa. È sempre stato così.
Intanto oggi a Doha ci saranno nuovi incontri separati dei negoziatori ai quale parteciperanno l’inviato Usa Khalilzad, i talebani, una delegazione del governo afghano, alcuni paesi confinanti tra cui Cina e Pakistan. Gli americani dovevano pensarci bene prima di ritirarsi senza un vero accordo di pace. Hanno scatenato il caos mettendo a rischio quanto fatto in 20 anni a partire dai diritti delle donne.
Nei distretti conquistati dai talebani l’ufficio delle Nazioni Unite sui diritti umani denuncia esecuzioni, omicidi mirati per vendetta, scuole bruciate, case saccheggiate, restrizioni imposte alle donne. Potrebbe essere già troppo tardi. I colloqui di Doha rischiano solo di mostrare la forza dei talebani che siedono tronfi delle loro conquiste e già fissano le loro condizioni, anche se gli Usa minacciano di non riconoscere un loro futuro governo. Si poteva fare meglio, non c’è dubbio.
Il semestre bianco di Mattarella

Il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella
entra nel "semestre bianco": cosa significa, perchè fu scritta questa norma e cosa prevede?
Roma, 1.08.2021 corriere - Dal 3 agosto il presidente Mattarella non potrà sciogliere le Camere: se cade il Governo resta un’opzione estrema. Storia di una norma nata per timore di un golpe «legale»
«Un piccolo colpo di stato legale». Era questo il pericoloso scenario che Renzo Laconi, membro dell’Assemblea costituente per il Pci, tratteggiò davanti ai colleghi impegnati con lui a scrivere la nostra Magna Charta se non fosse stata tolta ai capi dello Stato la facoltà di sciogliere le Camere durante gli ultimi sei mesi del loro mandato. Secondo l’esponente comunista sardo, infatti, c’era «il rischio» che un presidente in scadenza congedasse il Parlamento soltanto «per aver prorogati i propri poteri e avvalersi di questo potere prorogato per influenzare le nuove elezioni».

Dubbi e diffidenze a futura memoria. Uno scrupolo maturato sull’idea che fosse necessario tutelare al massimo l’appena nata democrazia italiana. Per Laconi serviva insomma una norma che fungesse da antidoto in grado di rendere non praticabili tentazioni manovriere e di stampo autoritario da parte di un presidente, chiunque fosse. Il quale presidente, se le cose fossero invece rimaste come si era fino a quel momento previsto, avrebbe potuto esercitare pressioni o addirittura sbarazzarsi in anticipo degli inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama, per far eleggere assemblee a lui più favorevoli e confidare magari in un secondo mandato.
Era più che altro una suggestione. Ma allora — si era tra il 1946 e il gennaio del ’48 — i timori di un fascismo risorgente in nuove forme erano ancora diffusi. E bastarono a far approvare di corsa il secondo comma dell’articolo 88, nel quale si introduceva il «semestre bianco» con cui da domani dovrà fare i conti Sergio Mattarella. Un «buco nero», lo hanno definito (senza troppa fantasia cromatica), perché annichilisce l’arma più forte della quale il capo dello Stato dispone. Cioè la minaccia di spedire tutti a casa, nel caso si materializzi una crisi senza uscita. Ipotesi non del tutto peregrina, considerate le sempre meno latenti tensioni nella maggioranza.

Mattarella deve averci pensato sopra, visto che il 2 febbraio scorso, mentre si preparava ad affidare l’incarico di governo a Mario Draghi, trovò modo di rievocare la frustrante esperienza di un suo predecessore, Antonio Segni. Ricordò che nel 1963 lo statista sassarese aveva inviato un messaggio alle Camere in cui spiegava come fosse «opportuno introdurre in Costituzione il principio della non immediata rieleggibilità del presidente della Repubblica», puntualizzando che «il periodo di sette anni è sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato».
Segni aveva aggiunto che la sua proposta, oltre a «eliminare qualunque, sia pur ingiusto, sospetto che qualche atto del capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione», imponeva un altro, conseguente passaggio. «Abrogare» la disposizione che mutila il potere di scioglimento quando il settennato di un presidente sta per concludersi. Il fatidico semestre, appunto, rimasto sempre intatto. Unica eccezione, una modifica funzionale votata dal Parlamento nel 1991, per evitare «l’ingorgo istituzionale» che si crea quando la fine di una legislatura coincide con la fine di un incarico al Quirinale (avveniva con Cossiga «regnante»).

E qui è inevitabile porsi una domanda. Il «semestre bianco» ha ancora senso? «Non ne ha molto» per l’ex presidente della Consulta Valerio Onida, il quale rammenta come i capi dello Stato «non sono mai diventati finora quel che poteva spaventare i costituenti, e ciò rappresenta quasi una garanzia... Senza calcolare che, al di là del problema della rieleggibilità, non è comunque vero che possano sciogliere le Camere come e quando vogliono, a loro discrezione». Opinione condivisa da Giovanni Maria Flick, anch’egli emerito della Consulta, che considera il semestre bianco «superato e contraddetto dai fatti», ossia dalla interpretazione «elastica ma, nella sostanza costituzionalmente corretta, alla quale si sono tenuti i capi dello Stato». Di preoccupante, per lui, c’è semmai «la prospettiva che adesso scatti nei partiti una logica da liberi tutti con rincorsa a litigare, a costo di rompere l’alleanza di governo, nella poco responsabile convinzione che tanto Mattarella non può fare niente».
Ecco il punto politico, fondato sulla prospettiva che tra ventiquattr’ore si apra al Quirinale un drastico vuoto di potere che farebbe del capo dello Stato un’autorità disarmata. Non è così. Non del tutto, almeno. A Mattarella restano intatti i poteri di nomina, di firma, di rinvio delle leggi, di inviare messaggi al Paese, oltre alla prerogativa di usare la moral suasion, ormai entrata nella Costituzione materiale.

Certo, se i partiti più inquieti, pur di lucrare consensi o di preservare i voti mantenuti nonostante le fratture interne (come Lega e M5S) determinassero una crisi senza rimedio, tutto si complicherebbe per il Quirinale. Al quale resterebbero poche opzioni. La prima: mantenere l’esecutivo dimissionario in carica per l’ordinaria amministrazione, e la storia della Prima Repubblica ci consegna esempi di premier sfiduciati che, tra verifiche e negoziati, tirarono a campare per più di 200 giorni (senza trascurare i precedenti di Belgio e Austria, dove si traccheggiò per più di un anno). La seconda opzione: consapevole di trovarsi davanti a una crisi ingestibile, che diventa di sistema, Mattarella la fa precipitare dimettendosi e da quel passaggio lo scioglimento delle Camere dipenderebbe dal suo successore. Non sono solo congetture estreme. Ed è meglio incrociare le dita.
Se ha fatto il patto sui migranti Renzi va processato

Roma, 12.07.2017 controinformazione - Secondo l’ex ministro degli Esteri del governo Letta, Emma Bonino, dal 2014 al 2016 il governo Renzi si sarebbe impegnato per conto dell’Italia, d’accordo con altri governi europei, ad accogliere tutti i migranti che giungevano in Europa. E fin qui nulla di nuovo, visto che ciò è scritto nero su bianco sugli accordi relativi all’operazione Triton.
Il problema sorge se, come ha lasciato velatamente intendere l’ex ministro della Difesa del governo Letta, Mario Mauro, ciò fosse avvenuto in cambio di una maggiore flessibilità da parte dell’Ue sui nostri conti pubblici, circostanza non scritta evidentemente da nessuna parte, ma tutto di un eventuale accordo segreto tra il governo Renzi e l’Ue.
In cambio di una flessibilità, che gli serviva a scopi politici, è possibile che Renzi abbia tradito il Paese, consentendo l’invasione migratoria, indirizzata unicamente sul nostro territorio? Le dichiarazioni della Bonino e di Mauro, se lette insieme, a tanto porterebbero. Molti ne hanno parlato, avanzando critiche anche dure, ma nessuno ha sottolineato un punto decisivo: se un accordo di quel tipo vi è stato, come l’accordo segreto di scambio tra petrolio e migranti a Malta (di cui su Libero si è già data notizia), la cosa avrebbe persino riflessi penali.
Vi sarebbero infatti responsabilità penali, oltre che politiche, in capo all’ex presidente del Consiglio ed eventuali ministri in concorso con lui. L’art. 243 del codice penale recita: «Chiunque tiene intelligenze con lo straniero affinché uno Stato estero muova guerra o compia atti di ostilità contro lo Stato italiano, ovvero commette altri fatti diretti allo stesso scopo, è punito con la reclusione non inferiore a dieci ami. Se la guerra segue o se le ostilità si verificano, si applica l’ergastolo».
La finalità della condotta non deve essere necessariamente la guerra, ma un qualsiasi atto di ostilità verso lo Stato. E, a quanto pare, di accordi segreti si tratterebbe, visto che Renzi si difende parzialmente dichiarando che gli accordi Triton sono scritti nero su bianco, lasciando senza risposta l’altra parte del problema, quello dello scambio con la flessibilità di cui non si fa nessun cenno in tali accordi.
La norma del codice penale punisce la condotta di chiunque stipuli accordi con lo straniero, di qualsiasi tipo, al fine di indurre lo Stato estero (o più Stati esteri) a muovere guerra o comunque a compiere atti di ostilità verso lo Stato italiano, i quali non necessariamente debbono tradursi in atti di violenza. Quali sono quindi gli «atti ostili»? Le «cessioni di sovranità» rientrano nel novero degli atti ostili puniti dall’art. 243 del codice penale? Si parta dal presupposto che l’articolo citato punisce i delitti contro la personalità dello Stato, quindi contro i suoi tre elementi costitutivi: popolo, territorio e potestà di imperio. Venisse meno anche solo uno di essi, verrebbe meno anche lo Stato.

Renzi, in cambio di una flessibilità sui conti, che tra l’altro di fatto non c’è stata, avrebbe ceduto una parte ulteriore della nostra sovranità nazionale. E se qualcuno cede porzioni di sovranità nazionale in segreto, senza accordi trasparenti, compie certamente atto ostile nei confronti e a danno dello Stato. In nome di chi avrebbe agito il governo Renzi per quello scellerato accordo (segreto) con lo straniero? Perché di straniero si tratta, parliamoci chiaro. In nome di chi o di cosa, e con chi, Renzi avrebbe barattato la questione migranti con una maggiore flessibilità sui conti pubblici? E a giovamento di chi?
Al fine di fare chiarezza urgono, a nostro avviso, due cose 1) un pubblico ministero che apra un fascicolo e indaghi sulla vicenda; 2) una commissione parlamentare d’inchiesta che faccia luce su questa brutta storia. La cosa più sorprendente è che tutti ne continuino a parlare, ma nessuno faccia veramente qualcosa. I pubblici ministri sembrano poco interessati e le forze politiche (tutte) anche. Tanto rumor per nulla, in fondo.
G7: Prodi, i nuovi leader dovranno "nasarsi"

ROMA, 22.05.2017 ansatiscalinotizie - "Non dobbiamo attenderci dal G7 niente più che degli orientamenti e degli scambi di opinione, seppure importantissimi. Gli ultimi G7 non sono stati all' origine di decisioni e considerando che per quattro di loro sarà il primo G7, i leader dovranno 'nasarsi' l'uno con l'altro. Ci sono ben quattro partecipanti nuovi, tra cui il presidente americano, l'uomo più potente di tutti". E' quanto ritiene Romano Prodi in un'intervista all'ANSA in vista del G7 di Taormina.

"Vedremo se si creerà una dinamica collettiva tra i leader: speriamo che la bellezza del posto aiuti. Certo, il teatro greco era anche il luogo dove si recitavano le tragedie greche, quindi il richiamo alla storia potrebbe avere un risvolto negativo: mi auguro invece si crei chimica positiva, pur non attendendo per quest'anno decisioni", aggiunge l'ex premier e presidente della Commissione Ue. Oltre che per Trump, a Taormina sarà la prima volta per Theresa May, Emmanuel Macron e Paolo Gentiloni.