Kissinger: si poteva ridimensionare

Washington, 27.08.2021 kmetro – Occorre “un’attenta riflessione per capire come mai l’America si sia ritrovata a dare l’ordine del ritiro, con una decisione presa senza preavviso né accordo preliminare con gli alleati e con le persone coinvolte in questi vent’anni di sacrifici. E come mai la principale questione in Afghanistan sia stata concepita e presentata al pubblico come la scelta tra il pieno controllo dell’Afghanistan o il ritiro totale”. Lo ha scritto Henry Kissinger in un intervento sull’Economist pubblicato oggi dal Corriere della Sera dopo “la riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani”.

“Ci siamo persuasi – secondo Kissinger, ex consigliere per la sicurezza nazionale ed ex segretario di Stato degli Stati Uniti – che l’unico modo per impedire il ritorno delle basi terroristiche nel Paese era quello di trasformare l’Afghanistan in uno Stato moderno, dotato di istituzioni democratiche e di un governo insediato su base costituzionale”, ma “una tale impresa non poteva prevedere un calendario certo, conciliabile con i processi politici americani”.

Per Kissinger, “la lotta ai ribelli poteva essere ridimensionata a contenimento, anziché annientamento, dei talebani” ed “il percorso politico-diplomatico avrebbe potuto esplorare uno degli aspetti particolari della realtà afghana: che i Paesi confinanti, anche se in aperta ostilità tra di loro e non di rado con l’America, potessero sentirsi profondamente minacciati dal potenziale terroristico dell’Afghanistan”. “Una diplomazia creativa avrebbe potuto distillare misure condivise per debellare il terrorismo in Afghanistan. Questa alternativa non è mai stata esplorata”, conclude, convinto che l’America non possa “sottrarsi al suo ruolo di attore chiave nell’ordinamento internazionale”.
La guerra dei Presidenti americani

Trump torna all’attacco dopo l’attentato a Kabul: “ora Biden deve dimettersi”
New York 26.08.2021 fanpage - Donald Trump contro Joe Biden, ancora. In un confronto elettorale che sembra non essere mai terminato, l'ex presidente degli Stati Uniti non perde l'occasione per attaccare a viso aperto il suo successore, che in questi giorni sta gestendo il fallimentare ritiro dall'Afghanistan. Dopo l'attentato di Kabul, con decine di morti e centinaia di feriti, il Tycoon è tornato a puntare il dito contro il presidente: "Joe Biden dovrebbe dimettersi, il che non dovrebbe essere un grosso problema dal momento che non è stato eletto legittimamente dal principio", ha detto ai suoi elettori commentando i fatti di Kabul e tornando a insinuare il falso, cioè che Biden abbia truccato le presidenziali e non sia stato eletto democraticamente.

Trump è già in corsa per le elezioni del 2024 e guarda a quelle più vicine, di midterm nel 2022, con grande interesse. Nei giorni scorsi è stato lanciato un video per la sua campagna presidenziale in cui attacca Biden: "Ha mentito all’America e al mondo quando ci disse che l'America era tornata – dice la voce narrante – Invece, si è arreso ai talebani e ha lasciato gli americani morire in Afghanistan". Questo "passerà alla storia come uno dei più grandi fallimenti militari". E ancora: "Sono i talebani a essere tornati, non l’America".

Ad attaccare il presidente Biden, che in queste ore ha gli occhi del mondo puntati su di lui, è stato anche il generale H. R. McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale Usa sotto Trump fra il 2017 e il 2018. Quanto accaduto a Kabul "è solo l'inizio", quello che sta succedendo è la conseguenza di "quando ti arrendi a un'organizzazione terroristica". Il generale, però, non ha risparmiato critiche anche al Tycoon, per essersi piegato all'accordo con i talebani. Secondo McMaster "stiamo assistendo alla creazione di uno Stato terrorista e jihadista in Afghanistan e vi sarà per tutti noi un rischio molto maggiore da affrontare come conseguenza".
Il ripensamento della politica atlantistica

Afghanistan: già tutto scritto in quella stretta di mano
Il 29 febbraio 2020 nel lussuoso Sheraton Gran Doha in Qatar si chiuse la fallimentare esperienza ventennale della Nato.
Kabul, 26.08.2021 huffinghtonpost - Il 29 febbraio 2020 nel lussuoso Sheraton Gran Doha, in Qatar, si chiuse la fallimentare esperienza ventennale dell’occupazione Nato dell’Afghanistan. Dopo 6 anni dall’inizio del dialogo, prima segreto e poi pubblico, tra i talebani e gli Stati Uniti si firmavano solennemente le 4 paginette dell’Accordo per la Pace in Afghanistan. I firmatari erano Zalmay Khalilzad, diplomatico afgano-statunitense e il rappresentante talebano Abdul Ghani Baradar. Il governo in carica negli Stati Uniti era presieduto da Donald Trump. L’accordo venne appoggiato dal consiglio di Sicurezza dell’ONU, dalla Russia, dalla Cina e dal Pakistan, ed “apprezzato” dall’India. Il Governo afghano venne lasciato fuori, a dimostrazione della considerazione di Washington nei confronti della sua creatura politica. I negoziati tra le parti afgane dovevano iniziare a Oslo un mese dopo, ma fallirono da subito. Tutto ciò che sta succedendo ora era quindi già scritto, ma incredibilmente non venne considerato, anzi, molti si aspettavano che Joe Biden cambiasse rotta. Invece è stato confermato che la resa ai talebani è una linea della politica estera Usa, iniziata da Barack Obama, sottoscritta da Donald Trump ed eseguita da Joe Biden. Cosa diceva l’accordo? Che se i talebani avessero garantito la rottura politica con Al Qaeda e Isis, e non avessero permesso che potessero operare dal loro territorio, sarebbero state eliminate le sanzioni contro i talebani e ritirate le truppe entro 14 mesi dalla firma, cioè entro aprile del 2021.

Nelle 4 paginette non si accenna assolutamente ai diritti, alle donne, alla democrazia, al governo successivo al ritiro, alla fine dei collaboratori. In buona sostanza, l’accordo può essere considerato a tutti gli effetti come un accordo di resa da parte della potenza americana che esigeva le minime garanzie sul terrorismo, principale motivazione dell’invasione del 2001, per ritirare le truppe senz’altre contropartite. Fa specie in queste ore di dichiarazioni dettate dall’emotività e dalla preoccupazione, come pochissimi avessero letto questo accordo, come pochissimi avessero pensato che fosse una cosa seria e come pochissimi avessero ipotizzato le conseguenze. Al netto dell’errore logistico grossolano di ritirare prima i militari e poi i civili e di quello politico di stabilire il calendario definitivo senza consultarsi con gli alleati. Con la Nato in ritirata e i talebani vittorioso sul campo, chi poteva credere che sarebbero state “rispettate le conquiste degli ultimi anni”, che “sarebbero stati garantiti i diritti delle donne”, ecc, ecc? E’ come se il mondo occidentale che gravita attorno all’Afghanistan non avesse presso atto della sconfitta politica e militare dell’alleanza guidata dagli Stati Uniti e avesse voluto continuare ad operare ad infinitum in un paese con la capitale controllata dalle forze di occupazione e il resto del paese controllato dalla formazione pashtun dei Talebani. In queste ore tra l’altro, è difficile trovare visioni critiche sul definitivo fallimento dello strumento bellico per operazioni di nation building o di esportazione della democrazia teorizzata a cavallo del cambio di secolo da repubblicani e democratici Usa. Anche per quanto riguarda l’Iraq, il grande dimenticato da tutti.

Le cose stanno ora così, da un lato un presidente Usa, che pur sbagliando tempistiche, tiene fede all’impegno bipartisan sottoscritto con i talebani che sancisce che per il suo paese l’unica cosa che interessa è la sicurezza nei confronti del terrorismo, dall’altro i paesi occidentali che negli anni hanno dovuto giustificare la loro presenza sui campi di battaglia con alti propositi di civiltà. Soprattutto quello che riguarda il filone dei diritti delle donne. E che ora non sanno cosa fare, con l’alleato americano che si squaglia, i cittadini ostili all’arrivo di nuovi profughi e il dovere rendere conto dell’errore nel quale si è insistito per vent’anni bruciando risorse ingenti. L’Afghanistan è costato agli alleati oltre 2.300 miliardi di dollari, più di 100 volte il Pil del paese per giungere a nulla. Ma forse, ciò che fa più paura in Europa è che si impone con urgenza il ripensamento della politica atlantistica del dopo Guerra e dell’allineamento a prescindere con gli Stati Uniti. Fa paura pensare che ci vorrebbe un’Europa unita e con una politica estera solida. Fa paura constatare che si può essere un gigante economico e un nano politico allo stesso tempo. Nella nuova geopolitica mondiale, tra i giocatori abilitati manca l’Europa, ma mancano anche i singoli paesi europei che furono potenze mondiali. Giganti economici e nani politici appunto.
Il mondo dovrà essere multilaterale

Merkel - Putin, un mondo arrivato a fine corsa
Berlino, 21.08.2021 formiche - Il direttore della NATO Defense College Foundation: “Putin ha inviato un messaggio preciso quando ha detto che noi russi conosciamo bene l’Afghanistan e sappiamo come funziona. La mossa più importante fatta da russi e cinesi già prima dell’avanzata talebana è stata la Sco, la Shanghai Cooperation Organization, diventata nel tempo una grossa piattaforma politico-diplomatica”.

Il vertice Merkel-Putin? Un mondo arrivato a fine corsa. Lo dice a Formiche.net Alessandro Politi, Direttore della NATO Defense College Foundation, che scompone l’incontro di ieri tra i leader tedesco e russo per immaginare il nuovo scenario che tocca anche il dossier centro-asiatico, alla luce dell’emergenza afghana e del ruolo propositivo di Mario Draghi, fautore del G20 straordinario. La Germania rimane uno dei principali partner della Russia in Europa e nel mondo, ha detto Putin dopo il vertice con Merkel. Che messaggio hanno dato i due leaders? È stato un vertice particolare, a cui entrambi i leaders sono giunti visibilmente affaticati e con un aspetto che dice molto più di dichiarazioni diplomatiche. Le bandiere erano distanti, mentre in altre conferenze stampa erano più vicine. Ho notato un Putin molto asciutto: negli organismi bilaterali creati tra i due Paesi le attività proseguono a ritmo intenso. È straordinario come due Paesi che certamente hanno dei problemi sulla risoluzione di questioni gravi, poi riescano a mantenere una buona relazione fra enti. Certo, non sappiamo cosa accadrà dopo le imminenti elezioni tedesche, ma esiste una base di rapporti russo-tedeschi molto forte. Interessante è stata anche l’espressione del ministro degli esteri russo. Ovvero? Sergej Lavrov è apparso a tratti completamente esausto, mentre Putin è ormai logoro da decenni di potere che influiscono sull’aspetto: rughe, occhi infossati, capelli diradati. Non è il leader di cinque anni fa. Pensiamo a Obama, che curava non poco la forma fisica: dopo due mandati anche lui ha avvertito fisicamente la fatica, come dimostrano i capelli bianchi. Per cui penso che sia stata una conferenza stampa estenuata, che va molto oltre il rapporto russo-tedesco. È un mondo che sta arrivando a fine corsa.

Afghanistan: Putin ha detto che il Paese non deve sgretolarsi completamente. Cina e Turchia reciteranno un ruolo, con Mosca un passo indietro? Sul tema, Putin è stato spietato: va impedito il decadimento dello stato afghano, ha detto, alludendo ad una possibile guerra civile da evitare. Ha definito malfunzionante l’idea dell’esportazione democratica in aree che non la vogliono, aggiugendo: “Noi russi conosciamo bene l’Afghanistan e sappiamo come funziona”. Un monito rivolto a chi? Intanto sulla Sna, l’agenzia di stampa di Sputnik, la conferenza stampa è stata pubblicata in tempi rapidissimi. Il crollo dell’Afghanistan si somma alle parole che ha dedicato alla soluzione del caso bielorusso che deve avvenire, ha precisato Putin, nell’ambito dei meccanismi istituzionali e senza ingerenze esterne, come accaduto in Ucraina. Come sua abitudine il presidente russo ha inviato messaggi secchi e pratici, con un modo alquanto rilassato. È come se avesse fatto un bilancio, nel modo più chiaro possibile per dire a tutti che il mondo deve essere multilaterale, perché non vale più il modello Washington. Questa volta la Russia si irriterà con i due alleati ultra invasivi? Putin non ha detto nulla sul ruolo turco e cinese, ma ho l’impressione che la Turchia ha un certo influsso nel quadro regionale immediato, dove esiste la capacità di sfruttare l’eredità delle popolazioni turcofone in Asia centrale. Un decennio fa non funzionò, però, come non riuscì nemmeno all’Iran, zavorrato dall’handicap dello sciismo. I turchi quindi faranno il loro gioco in Afghanistan, contando sulla possibile ricostruzione ma realizzata all’interno di un quadro politico stabile, in mancanza del quale ci sarà un altro ciclo di guerra civile. Non ne vedo adesso in superficie le condizioni, ma non dimentichiamo che la coalizione talebana non è proprio una forza monolitica. La mossa più importante fatta da russi e cinesi già prima dell’avanzata talebana è stata la Sco, la Shanghai Cooperation Organization, diventata nel tempo un’importante piattaforma politico-diplomatica. Non credo verrà messa a rischio semplicemente per accaparrarsi pezzi di Afghanistan, ma si arriverà ad un accordo pragmatico. La Bri è già in movimento e ci sarebbe troppo da perdere. Osservo inoltre che l’Afghanistan è sì un transito utile, ma non indispensabile dal punto di vista delle linee di comunicazione.

G20 straordinario sull’Afghanistan, Mario Draghi si muove sempre più da leader europeo: ma cosa potrà ottenere? Draghi è un premier di calibro europeo, perché in Europa ci sa stare senza complessi portandosi dietro la sua esperienza di banchiere centrale che è diversa da quella politica. Ora sta provando a cercare un foro multilaterale dove il dossier afghano non sia soltanto una questione europea. Positivo il fatto che il G20 includa l’Arabia Saudita, uno dei maggiori finanziatori dei talebani e del Pakistan. E il fatto che lo abbia convocato in tandem con Macron è un modo per dire a tutti che ci si muove comunque, a prescindere dalle elezioni tedesche. Un passaggio che trovo estremamente sano visto che in passato la politica italiana è stata perennemente attendista. Nord Stream 2: dopo le minacce Usa, l’accordo tra Berlino e Mosca è comunque arrivato e i lavori sono ultimati. Dunque non cambia nulla? No. Su questo versante è importante vedere in prospettiva le cose. È la terza volta che gli europei fanno dei gasdotti con sovietici o russi, con un’iniziale opposizione statunitense poi ricomposta. Prima sotto le amministrazioni Carter e Reagan, che scelsero di concentrarsi sugli euromissili; poi con il Nord Stream 1 dove alla fine Bush capì che c’erano altre priorità; e con il Nord Stream 2 dove la contrapposizione è stata ancora più vigorosa, perché ormai i paesi dell’est erano dentro Visegrad ed avevano voce in capitolo. Posso capire che geopoliticamente si sentissero fragili, ma per la Polonia sarebbe utile evitare situazioni dove rischi ancora una volta di essere il vaso di coccio in attesa di alleati troppo distanti e disinteressati.
Biden abbandona l’Afghanistan

Gli afghani si devono unire e difendere il loro paese
L' America non è più il guardiano del mondo" dice il presidente Usa
Biden abbandona l’Afghanistan e le sue donne alla vendetta spietata dei talebani
Washington, 12.08.2021 lavocedinewyork - In Afghanistan si combatte, ma c’è chi non si arrende e continua ad insegnare alle bambine. “Un bambino un insegnante una penna e un libro possono cambiare il mondo” aveva detto Malala Yousafzai, la giovane pachistana ferita al volto dai talebani perché voleva andare a scuola.
Ce ne siamo andati dall’Afghanistan seguendo la scelta degli Stati Uniti, ma non possiamo permettere che queste nuove generazioni siano abbandonate agli integralisti. Ogni giorno arrivano notizie sulle nuove conquiste dei talebani che puntano su Kabul, la capitale. Un’ascesa rapidissima in diretta tv e social media che lascia senza fiato dopo 20 anni di presenza militare delle truppe straniere e progetti umanitari delle Nazioni Unite.
Che cosa abbiamo fatto andandocene così, senza un accordo vero tra talebani e governo afghano? Biden ha affermato che la sua decisione è irreversibile. “Gli afghani si devono unire e difendere il loro paese. L’ America non è più il guardiano del mondo”. Non fa una piega e gli americani non vogliono più mandare i loro figli a morire lontano da casa per difendere governi che non sono strategici per il loro paese.

I problemi oggi sono altri, ci pensino le nazioni asiatiche, dicono, la Cina per esempio, mentre l’Europa che teme una nuova ondata di profughi afghani in fuga dalla guerra, simile a quella siriana. Non migranti economici, attenzione, ma profughi in cerca di asilo. Sono migliaia le famiglie in fuga dai combattimenti. Stanno andando nella blindatissima Kabul, che potrebbe capitolare nel giro di 90 giorni dice l’intelligenza americana. In tanti stanno attraversando il confine con l’Iran e con il Pakistan. I figli più forti si metteranno in cammino per l’Europa. È sempre stato così.
Intanto oggi a Doha ci saranno nuovi incontri separati dei negoziatori ai quale parteciperanno l’inviato Usa Khalilzad, i talebani, una delegazione del governo afghano, alcuni paesi confinanti tra cui Cina e Pakistan. Gli americani dovevano pensarci bene prima di ritirarsi senza un vero accordo di pace. Hanno scatenato il caos mettendo a rischio quanto fatto in 20 anni a partire dai diritti delle donne.
Nei distretti conquistati dai talebani l’ufficio delle Nazioni Unite sui diritti umani denuncia esecuzioni, omicidi mirati per vendetta, scuole bruciate, case saccheggiate, restrizioni imposte alle donne. Potrebbe essere già troppo tardi. I colloqui di Doha rischiano solo di mostrare la forza dei talebani che siedono tronfi delle loro conquiste e già fissano le loro condizioni, anche se gli Usa minacciano di non riconoscere un loro futuro governo. Si poteva fare meglio, non c’è dubbio.
Il semestre bianco di Mattarella

Il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella
entra nel "semestre bianco": cosa significa, perchè fu scritta questa norma e cosa prevede?
Roma, 1.08.2021 corriere - Dal 3 agosto il presidente Mattarella non potrà sciogliere le Camere: se cade il Governo resta un’opzione estrema. Storia di una norma nata per timore di un golpe «legale»
«Un piccolo colpo di stato legale». Era questo il pericoloso scenario che Renzo Laconi, membro dell’Assemblea costituente per il Pci, tratteggiò davanti ai colleghi impegnati con lui a scrivere la nostra Magna Charta se non fosse stata tolta ai capi dello Stato la facoltà di sciogliere le Camere durante gli ultimi sei mesi del loro mandato. Secondo l’esponente comunista sardo, infatti, c’era «il rischio» che un presidente in scadenza congedasse il Parlamento soltanto «per aver prorogati i propri poteri e avvalersi di questo potere prorogato per influenzare le nuove elezioni».

Dubbi e diffidenze a futura memoria. Uno scrupolo maturato sull’idea che fosse necessario tutelare al massimo l’appena nata democrazia italiana. Per Laconi serviva insomma una norma che fungesse da antidoto in grado di rendere non praticabili tentazioni manovriere e di stampo autoritario da parte di un presidente, chiunque fosse. Il quale presidente, se le cose fossero invece rimaste come si era fino a quel momento previsto, avrebbe potuto esercitare pressioni o addirittura sbarazzarsi in anticipo degli inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama, per far eleggere assemblee a lui più favorevoli e confidare magari in un secondo mandato.
Era più che altro una suggestione. Ma allora — si era tra il 1946 e il gennaio del ’48 — i timori di un fascismo risorgente in nuove forme erano ancora diffusi. E bastarono a far approvare di corsa il secondo comma dell’articolo 88, nel quale si introduceva il «semestre bianco» con cui da domani dovrà fare i conti Sergio Mattarella. Un «buco nero», lo hanno definito (senza troppa fantasia cromatica), perché annichilisce l’arma più forte della quale il capo dello Stato dispone. Cioè la minaccia di spedire tutti a casa, nel caso si materializzi una crisi senza uscita. Ipotesi non del tutto peregrina, considerate le sempre meno latenti tensioni nella maggioranza.

Mattarella deve averci pensato sopra, visto che il 2 febbraio scorso, mentre si preparava ad affidare l’incarico di governo a Mario Draghi, trovò modo di rievocare la frustrante esperienza di un suo predecessore, Antonio Segni. Ricordò che nel 1963 lo statista sassarese aveva inviato un messaggio alle Camere in cui spiegava come fosse «opportuno introdurre in Costituzione il principio della non immediata rieleggibilità del presidente della Repubblica», puntualizzando che «il periodo di sette anni è sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato».
Segni aveva aggiunto che la sua proposta, oltre a «eliminare qualunque, sia pur ingiusto, sospetto che qualche atto del capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione», imponeva un altro, conseguente passaggio. «Abrogare» la disposizione che mutila il potere di scioglimento quando il settennato di un presidente sta per concludersi. Il fatidico semestre, appunto, rimasto sempre intatto. Unica eccezione, una modifica funzionale votata dal Parlamento nel 1991, per evitare «l’ingorgo istituzionale» che si crea quando la fine di una legislatura coincide con la fine di un incarico al Quirinale (avveniva con Cossiga «regnante»).

E qui è inevitabile porsi una domanda. Il «semestre bianco» ha ancora senso? «Non ne ha molto» per l’ex presidente della Consulta Valerio Onida, il quale rammenta come i capi dello Stato «non sono mai diventati finora quel che poteva spaventare i costituenti, e ciò rappresenta quasi una garanzia... Senza calcolare che, al di là del problema della rieleggibilità, non è comunque vero che possano sciogliere le Camere come e quando vogliono, a loro discrezione». Opinione condivisa da Giovanni Maria Flick, anch’egli emerito della Consulta, che considera il semestre bianco «superato e contraddetto dai fatti», ossia dalla interpretazione «elastica ma, nella sostanza costituzionalmente corretta, alla quale si sono tenuti i capi dello Stato». Di preoccupante, per lui, c’è semmai «la prospettiva che adesso scatti nei partiti una logica da liberi tutti con rincorsa a litigare, a costo di rompere l’alleanza di governo, nella poco responsabile convinzione che tanto Mattarella non può fare niente».
Ecco il punto politico, fondato sulla prospettiva che tra ventiquattr’ore si apra al Quirinale un drastico vuoto di potere che farebbe del capo dello Stato un’autorità disarmata. Non è così. Non del tutto, almeno. A Mattarella restano intatti i poteri di nomina, di firma, di rinvio delle leggi, di inviare messaggi al Paese, oltre alla prerogativa di usare la moral suasion, ormai entrata nella Costituzione materiale.

Certo, se i partiti più inquieti, pur di lucrare consensi o di preservare i voti mantenuti nonostante le fratture interne (come Lega e M5S) determinassero una crisi senza rimedio, tutto si complicherebbe per il Quirinale. Al quale resterebbero poche opzioni. La prima: mantenere l’esecutivo dimissionario in carica per l’ordinaria amministrazione, e la storia della Prima Repubblica ci consegna esempi di premier sfiduciati che, tra verifiche e negoziati, tirarono a campare per più di 200 giorni (senza trascurare i precedenti di Belgio e Austria, dove si traccheggiò per più di un anno). La seconda opzione: consapevole di trovarsi davanti a una crisi ingestibile, che diventa di sistema, Mattarella la fa precipitare dimettendosi e da quel passaggio lo scioglimento delle Camere dipenderebbe dal suo successore. Non sono solo congetture estreme. Ed è meglio incrociare le dita.